Malattie del Pericardio

Sebbene noi possiamo risalire nel background storico della malattia del pericardio addirittura all’antichità, l’informazione attraverso i secoli è, per la maggior parte, una collezione di isolate, di solito vaghe, piuttosto incomplete e spesso inaccurate osservazioni. Solo nel XVIII secolo, con la pubblicazione di vari compendi, iniziò ad emergere una comprensione definita del problema.
Originariamente l’attenzione al pericardio era mirata principalmente alla scoperta autoptica di fluidi all’interno della sacca pericardica o di lesioni infiammatorie. Dal momento che le lesioni infiammatorie causano spesso effusione, queste possono essere presentate insieme. 
1) La prima descrizione di effusione pericardica è attribuita a Galeno che la osservò in una scimmia che stava dissezionando. Ciò accadde molto tempo dopo Ippocrate. Non è sorprendente che i lavori di Ippocrate non facciano menzione riguardo ad alterazioni patologiche del pericardio. Si deve ricordare che Ippocrate aderiva fermamente al credo che il cuore fosse inviolabile e che dunque non potesse essere un bersaglio per le malattie. L’Alessandrino Erasistrato (310-250 a.c.) potrebbe essere stato il primo che sviò da questo credo. I suoi scritti indicano che egli fu consapevole sia della pleurite che della pericardite. Egli ne ricercò le cause, ma sfortunatamente i suoi concetti riguardanti l’origine della malattia erano basati sul fattore della pletora (iperemia) e completamente fuori di tono con la realtà.
Non si trova nient’altro sulle pericarditi e sull’effusione fino al XII secolo allorché Avenzoar (1091 -1161, noto anche cone Ibn Zuhr) descrisse la pericardite sierofibrinosa.
Si ha un’altra lacuna fino al XV secolo allorché Antonio Benivieni (1443-1502), il noto chirurgo di Firenze e Padova, descrisse esempi di pericardite fibrinosa tra venti autopsie costituirono la sua pubblicazione postuma “De Abditis Nonnulus ac Mirandis Morborum ac Sanationum Causi”. Egli descrisse la fibrina come spessa e fibrosa e definì l’intera alterazione “cor villosum”.
Durante il XVI secolo, Guillame de Baillou descrisse l’effusione pericardica nel suo trattato “Consiliorum Medicinalum Libri II”. Discutendo sulla palpitazione, egli affermava che questa era una manifestazione dell’effusione pericardica.
Un caso di effusione pericardica emorragica fu presentato da William Harvey nel suo secondo saggio “De Circulatione Sanguinis”. La rottura del miocardio era la causa della fuoriuscita del sangue nella sacca pericardica. Fra l’altro, questo saggio fu dedicato al francese Jean Riolan.
Osservazioni e interpretazioni della patologia e dell’impatto della malattia pericardica continuarono nel XVIII secolo in un modo più sistematico. Naturalmente, tutto il campo fu dominato dal grande Morgagni e la correlazione clinica divenne sempre più enfatizzata. Le osservazioni di Morgagni, come sottolineate nell’Epistole 16, 22, 53(3) e 63 (4 e 5), lo guidarono alla conclusione che la pericardite fosse comunemente associata alla pleurite. Morgagni osservò e commentò anche un emopericardio. Egli determinò molte cause di presenza di sangue nella cavità del pericardio.
Durante lo stesso secolo, anche de Sénac (1693-1770) descrisse l’effusione pericardica e la pericardite. Egli si riferì all’effusione come “idrope del pericardio”e commentò le relazioni tra pericarditi, polmoniti, pleurite e mediastinite.
Gabriel Andral (1797-1876), professore di patologia, presentò in maniera chiara il quadro patologico della pericardite fibrinosa acuta nel suo “Clinique Médicale” pubblicato dal 1829 al 1833.
Anche William Stokes riportò le sue osservazioni sulla pericardite fibrinosa acuta ma queste erano osservazioni cliniche piuttosto che anatomiche. Egli sottolineò l’evento occasionale della pericardite precedente all’artrite nella febbre reumatica.
Corvisart fu uno dei primi a concettualizzare la pancardite. Le sue osservazioni sul pericardio si possono trovare nel suo “Essay”. Questo contiene anche una descrizione dell’effusione pericardica massiva nella quale la sacca pericardica conteneva quattro litri di fluido. Corvisart riconobbe anche l’esistenza di quello che oggi sarebbe catalogato come forma specifica di pericardite, la forma dovuta alla tubercolosi.
Nel 1832, il tomo di Hope sulla fisiologia cardiovascolare e le correlazioni clinico-patologiche si addentrarono in considerevoli dettagli sia sull’effusione pericardica infiammatoria che la pericardite acuta. Egli enfatizzò l’associazione di entrambe con la febbre reumatica.
La prima descrizione di una sindrome chiamata pericardite idiopatica fu fatta da Hodges nel 1854. Questa fu una descrizione clinica piuttosto che patologica. Qualche anno più tardi un’altra descrizione clinica della stessa sindrome fu fatta da Baumler. Egli riportò tre casi, uno dei quali era egli stesso.
Un interessante tipo di pericardite specifica è quella associata all’uremia. Questa è una complicazione frequente e seria dell’insufficienza renale cronica. Bright osservò la sua presenza nell’8% autopsie fatte su pazienti affetti da insufficienza renale cronica. Egli riportò tale dato presso il Guy’s Hospital nel 1836.

2) La pericardite costrittiva è anche conosciuta per le adesioni pericardiche o adesioni pericardiche croniche. Vaghi riferimenti si possono trovate nei primi scritti medici. La descrizione varia a seconda del background dell’osservatore e dei poteri dell’osservazione. Con il passare del tempo vennero impiegati termini come colloso, calcificato o ossificato. Una definizione usata in alcuni scritti fu “concretio cordis cum pericarditis”. Un’altra definizione interessante è “Cuori Villosi di Vecchi Eroi” che Spodick usa nel titolo del suo articolo riguardante la storia medica del pericardio. Infine, a causa del diffuso interesse generato da Pick, alla sindrome clinica fu dato l’eponimo “malattia di Pick”. L’eponimo è oggi usato molto poco essendo preferito il termine pericardite costrittiva.
Muretti creò la definizione di “cor hirsutum” mentre Benivieni descrisse il “cor pilis refertum” (un cuore ricoperto di peli). Benivieni correlò anche questa scoperta con il carattere del soggetto durante la sua vita. La salma era quella di un ladro recidivo. Ciò portò Benivieni ad avanzare l’opinione che un cuore villoso fosse la causa dell’indomabile energia in un uomo colpevole di turpitudine.
Richard Lower (1631-1691), fisiologo e clinico piuttosto che patologo, presentò l’effetto limitante delle adesioni pericardiche sul comportamento muscolare del cuore. Egli scrisse dal punto di vista della prospettiva fisiologica allorché discuteva l’effetto tampone dell’effusione pericardica. Nella sua descrizione autoptica su una donna londinese di 30 anni, egli affermò che la sacca pericardica, invece di essere sottile e trasparente, era diventata “spessa, opaca e quasi callosa”.
Un altro attento osservatore del XVII secolo fu un brillante medico ginevrino, Teofilo Bonet (1620-1689). Le adesioni pericardiche furono da lui ritenute essere la causa di palpitazioni. Il termine che egli usò per palpitazione fu “cordis tremor”. Inoltre, egli descrisse il polso nell’effusione pericardica come avente una qualità di simile alla formica (formicans). Con tale definizione egli intendeva dire polso “piccolo ed intermittente”.
Raymond Vieussens (1635 ca – 1715) descrisse l’anatomia patologica delle lesioni pericardiche, commentò l’impatto che la condizione aveva sulla funzione cardiaca, ed inoltre elaborò le caratteristiche diagnostiche dell’effusione pericardica. La sua descrizione di come riuscì a rimuovere circa un litro di liquido dal sacco pericardico dopo che il viso del paziente era diventato più scuro ed il polso filiforme e rapido dovrebbe essere riletta nella versione originale per apprezzarne la vivacità.
Nel XVIII secolo, de Sénac sottolineò la diagnosi differenziale tra l’effusione pericardica e l’effusione pleurica, su una base clinica, rimarcando il valore dell’ispezione e della palpazione. Per quanto riguarda le adesioni pericardiche egli pose l’accento sugli effetti meccanici a carico del cuore.
Laénnec elencò l’ossificazione come l’ultima categoria nella sua classificazione delle malattie del pericardio. Egli si imbatté nell’ossificazione tra gli strati del pericardio solo una volta ma il caso lo intrigò a tal punto che egli descrisse in dettaglio i reperti patologici.
3) Poche affermazioni saranno sufficienti a trattare dell’assenza congenita del pericardio. Questa fu descritta per la prima volta da Realdo Colombo nel 1559. La prima diagnosi antemortem fu fatta nel 1959 (quattro secoli dopo). Anche Galeno fece menzione dell’assenza congenita del pericardio. Comunque, Galeno confuse le adesioni pericardiche con l’assenza congenita del pericardio.


Articolo tratto dal Testo “The History of Cardiology” del prof. Louis J. Acierno
Autore: dott. Concetto De Luca (novembre 2011)

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