Antonio Benivieni, un padre nobile dell’anatomia patologica

Antonio Benivieni, un padre nobile dell’anatomia patologica

“Nostro intendimento, mettendo nuovamente in luce il libro del Benivieni, è stato quello di ricordare come questo Medico fiorentino liberamente ed altamente sentisse dell’Arte Salutare nel secolo in cui visse, infelicissimo per la Medicina, e come coll’aprire il primo cadaveri umani, per investigare la sede e la natura delle malattie, mostrasse la utilità dell’Anatomia Patologica, nella quale poi si resero eccellenti e dotti tanti chiari ingegni italiani e stranieri.”

[Introduzione del “Di alcune ammirabili ed occulte cause di morbi e loro guarigioni. Libro di Antonio Benivieni fiorentino, volgarizzato e corredato di un elogio storico intorno alla vita e alle opere dell’Autore” Per cura del Dottor Carlo Burci, professore di Anatomia Patologica nell’Arcispedale di S. M. Nuova di Firenze”, 1843]


Antonio Benivieni

Antonio Benivieni nacque il 3 novembre 1443 e morì il giorno 11 novembre 1502.

Antonio Benivieni nacque a Firenze il 3 novembre 1443 da Paolo, notaio, e da Nastagia de’ Bruni, di antica e nobile famiglia fiorentina, del quartiere di S. Giovanni, che aveva per armi una luna d’argento in campo azzurro. Fu primo di cinque figli tra cui è da ricordare Domenico, detto lo Scotino, lettore di teologia all’università di Pisa, e Girolamo, poeta e letterato di fama.

Fu scolaro nell’Università di Pisa e frequentò anche quella di Siena. L’inizio della sua attività di medico può essere datato attorno al 1470, poiché Girolamo, nell’epistola al Rosati, scrive che il fratello andò “medicando per circa trentadue anni“. In Firenze il Benivieni si procacciò presto grande fama per la sicurezza nelle diagnosi, per il sapiente uso dei farmaci e soprattutto per la sua abilità di chirurgo.


la carriera

Ebbe in cura membri di famiglie nobili e potenti come i Medici, i Pazzi, gli Adimari, gli Strozzi, e fu pure medico di conventi (S. Nicolò, S. Caterina, SS. Annunziata, S. Marco). Dei Guicciardini curò Francesco all’età di 16 anni (De abditis, Oss. XL), e di Gerolamo Savonarola fu, oltre che medico, amico e seguace. Particolare amicizia strinse con Lorenzo il Magnifico, del quale curò la figlia (De abditis, Oss. XCIX)A lui dedicò nel 1464 l’Εγκώμιον Cosmi, poi il De regimine sanitatis e ancora il De peste. 

Per quanto riguarda la Medicina il Benivieni possedeva le opere che allora si ritenevano classiche di autori greci, latini, arabi nonché altre più recenti come i “consilia” di Taddeo Alderotti o trattati sui veleni, sui bagni, su medicamenti vari, ecc. Tale elenco è indice sicuro non solo della cultura medica del Benivieni ma anche della sua profonda educazione umanistica.


l’opera

Il Benivieni non pubblicò in vita il frutto dei suoi studi e delle sue osservazioni. Fu soltanto dopo la sua morte che il fratello Girolamo, nel riordinare le carte da lui lasciate, ne trovò alcune in cui erano notati i casi più importanti e ardui che egli aveva trattato nel corso della sua attività. Non sapendo quale valore potessero avere questi scritti, egli li inviò in esame a Giovanni Rosati, medico di chiara reputazione, il quale ne consigliò l’immediata pubblicazione affermando che sarebbe stata grave colpa il non farlo. Benché si trattasse di osservazioni non ancora perfettamente limate, Girolamo e il Rosati si sentirono in dovere di pubblicarne una scelta. Vennero così alla luce 111 osservazioni nel libro: “Antonii Benivenii De abditis nonnullis ac mirandis morborum et sanationum causis, Florentiae” 1507. Le osservazioni hanno carattere prevalentemente clinico ed in esse il Benivieni si dimostra altrettanto abile nella medicina, nella chirurgia, nell’ostetricia.


le osservazioni

Notevoli sono in particolare le seguenti descrizioni anatomo-cliniche: sul morbo gallico (n. 1), importante per l’anno di compilazione; sui calcoli al fegato in una donna (n. III); sulla resezione ossea da lui eseguita su una fanciulla (n. XXV); su un feto morto che egli estrasse con l’uncino (n. XXIX); sulle allacciature vasali (n. LXVIII); sulla litotrissia (n. LXXX); importanti pure le varie osservazioni teratologiche.
Altre osservazioni anatomopatologiche da lui compiute: la presenza di un ascesso tra le lamine del mesentere in una giovane donna che soffriva di violenti dolori al ventre; il restringimento dell’intestino con ingrossamento ed indurimento delle sue pareti (un cancro?) in una donna soggetta a coliche e stitichezza; un cancro di un piloro, descritto come scirroso e ristretto in un uomo soggetto a vomito cronico.
Benivieni vide anche perforazioni intestinali nelle dissenteriche croniche (dissenteria amebica?); un megacolon in un fanciullo morto di colica; un cuore ispido e di aspetto peloso in un giustiziato.

Le descrizioni del Benivieni sono infarcite anche di superstizione e fede nei miracoli: racconta il medico fiorentino di una donna sedicenne, oppressa secondo il suo giudizio clinico da uno spirito maligno, che vomitava chiodi, oggetti in cera e cappelli ravvolti in globi, la quale sarebbe stata in grado di compiere profezie (VIII); racconta di un ginocchio tumefatto che guarì per evidente miracolo dopo una messa (IX); racconta di un giovane fiorentino ferito da una freccia intorno al cuore a cui era stato estratta la canna ma non l’amo del dardo, il quale disperato si converse e Dio e non solo ottenne la guarigione ma anche il dono di fare vaticini. Questo giovane, Gasparo era il nome, si autovaticinò che l’amo del dardo un giorno gli sarebbe fuoriuscito dalla ferita e che allora avrebbe perso la capacità di vaticinare e sarebbe morto. E così fu (X); racconta di un uomo che, affetto da liquido nella pelle (idropisia?) che migliorò rispettando il consiglio del Benivieni, di non bere per niente per un anno. Successivamente rincontrato il paziente, il Benivieni gli consigliò di assuefarsi al vino puro non annacquato, ed il paziente seguì anche questo consiglio, tornado allo stato di completa salute fisica (XIII); racconta di un soldato che fu ferito da una freccia nella parte destra del petto. I medici non riuscirono ad estrarla poichè essa non poteva essere retratta per la conformazione della punta nè essere estratta dalla parte opposta in quanto la scapola faceva da barriera. Il Benivieni racconta che questo soldato si rivolse ad un mago; il mago pronunciò delle ‘parole magiche’ e questa freccia a comando uscì dal corpo del soldato senza procurare alcun nocumento fisico, ma non senza rischio dell’anima di entrambi (XXVI). Racconta di un architetto che, essendo caduto da un’alta torre fu così fortunato che, non solo non riportò nessun danno da una caduta così grave, ma essendo antecedentemente zoppo da un piede, di poi camminò tutto dritto (LV).


la storia dell’opera del Benivieni

Di tale opera seguirono successivamente altre edizioni in latino, ma bisogna arrivare all’Ottocento per averne una traduzione italiana ad opera di Carlo Burci (“Di alcune ammirabili ed occulte cause di morbi e loro guarigioni. Libro di Antonio Benivieni fiorentinovolgarizzato e corredato di un elogio storico intorno alla vita e alle opere dell’Autore”, Firenze 1843), basata sull’edizione cinquecentesca, in quanto dei manoscritto adoperato da Girolamo e dal Rosati s’era da tempo perduta la traccia.

Esso fu però in seguito ritrovato dal Burci nella biblioteca privata Leonetti di Firenze, assieme con altri scritti minori e frammenti: De virtutibusDe cometa, tavole sinottiche di storia naturale, una miscellanea di studi letterari. L’esame accurato del manoscritto dimostrò che l’opera stampata nel 1507 non conteneva la dedica dell’autore a Lorenzo Lorenzani (sostituita dalle epistole di Girolamo e del Rosati) nella quale il Benivieni diceva che il piano della sua opera doveva essere di tre centurie di osservazioni. Inoltre risultò che l’ordine di sequenza originale di queste era stato sovvertito e che alcuni casi erano stati soltanto sunteggiati e certe volte due o più di essi erano stati uniti insieme in una singola osservazione, onde esisteva il materiale per dar vita alla seconda centuria, quasi completa. Poiché in quegli anni F. Puccinotti accudiva alla stampa del suo trattato di Storia della Medicina, d’accordo con il Burci, decise di pubblicare fra i documenti del II volume sia la dedica originale del B. al Lorenzani, sia, in latino, le osservazioni inedite della seconda centuria dalla 112ª alla 158ª (cfr. Puccinotti, Storia, II, 1, Livorno 1855, pp. CCXXXIII-CCLV). li Burci stese poi una traduzione basata sull’originale in modo da formare pressoché le due centurie, ma l’opera non venne pubblicata. Del manoscritto autografo del Benivieni si è pure perduta nuovamente la traccia.


l’importanza dell’opera del Benivieni

La grandissima importanza dell’opera benivieniana, per cui giustamente egli è chiamato “padre dell’anatomia patologica”, consiste nel fatto che in varie osservazioni il reperto clinico è corredato da quello necroscopico onde è lecito arguire come egli andasse ricercando nei cadaveri le cause di morte e si sforzasse di stabilire un parallelo tra la sintomatologia riscontrata in vita e lesioni anatomiche. Nel Benivieni si ritrova dunque l’inizio dei metodo anatomico-clinico che andrà lentamente sviluppandosi nei secoli successivi per trionfare definitivamente con G. B. Morgagni. La sua opera costituisce inoltre un documento prezioso per l’importanza già allora attribuita all’autopsia. Del resto in Firenze tale pratica doveva essere di uso corrente giacché lo stesso Benivieni sembra meravigliarsi per il divieto opposto in un caso (De abditis, Oss. XXXII) dai parenti della vittima.


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