Biografia e Teorie di Ippocrate

Di Ippocrate possediamo secondo Vegetti 4 biografie: una dovuta a Sorano di Efeso (I sec. dc), una contenuta nel Lexikon di Suida (X sec. dc), una di Tzetzes (sec. XII, che si fonda su quella di Sorano), e una anonima reperita nella Biblioteca Reale di Bruxelles; cenni si trovano anche in Stefano di Bisanzio e in Galeno.
Per Littrè, l’incertezza manifesta sulle circostanze della vita di Ippocrate si è necessariamente ripercossa sui suoi scritti. Così nella storia del medico di Cos ci sono due aspetti da considerare: la storia della sua vita e quella dei suoi scritti. La conoscenza dell’una fortificherebbe quella dell’altra anche se Littrè dichiara di essere più interessato al Corpus Hippocraticum che alla biografia di Ippocrate. Del resto, i suoi biografi sono separati da lui da un intervallo molto grande. Comunque, un celebre contemporaneo l’ha ammirato e citato e forse conosciuto personalmente. Costui fu Platone. Un altro autore che testimonia l’esistenza d’Ippocrate è Aristofane.
Il Corpo Ippocratico che l’antichità ci ha trasmesso sembrano affermare che Ippocrate fu medico pratico, professore e autore di opere mediche.
Noi abbiamo tre biografie d’Ippocrate: una porta il nome di Sorano, e senza dubbio è un estratto di quella di Sorano di Efeso; l’altra si trova nella Suda (da Wikipedia. Suda o Suida: enciclopedia storica del X secolo dc scritta in greco bizantino e riguardante il mondo antico del bacino del mediterraneo. Contiene 30.000 voci riguardante disparati argomenti), e la terza in Tzetzes (da Wikipedia: Giovanni Tzetzes fu un filologo bizantino vissuto tra il 1110 ed il 1180 dc.). Questi autori pongono le loro fonti in autori precedenti: Eratostene, Ferecide, Apollodoro, Ario di Tarso, Sorano di Cos, Istomaco e Andreas.
EratosteneFerecideApollodoro Ario di Tarso scrissero sulla genealogia degli asclepiadi. In particolare, Eratostene merita attenzione: egli era il celebre astronomo che visse e fiorì all’incirca nel 200 ac ad Alessandria. Le sue ricerche si occuparono della genealogia di Ippocrate e sembrano degne di fiducia dal momento che egli era astronomo, cronologista ed aveva a disposizione la grande biblioteca di Alessandria come fonte di documenti.
Istomaco colloca la nascita di Ippocrate nel primo anno della ottantesima olimpiade (460 ac).
Si dice che era figlio di Eraclide e Fenarete, nipote di un altro Ippocrate. Secondo il Littrè ciò è senza dubbio vero, ma la genealogia che lo collega al Podalirio della guerra di Troia, a Esculapio ed Ercole, è evidentemente controversa. Nella lista di Tzetzes Ippocrate è il diciassettesimo discendente di Esculapio, mentre Sorano lo colloca al diciannovesimo posto nella lista della discendenza (ventesimo a partire da Ercole).
Ippocrate ebbe come figli Tessalo e Dracone I e come genero Polibo. Suida, nel nominare, ogni discendente di Ippocrate, aggiunge: “egli scrisse di medicina”.
Si è detto che Ippocrate morì a Larissa, in Tessaglia, all’età di 85, 90, 104 e 109 anni. Egli fu sepolto tra Gytron e Larissa in una tomba che, secondo tradizione, divenne la dimora di uno sciame d’api in grado di produrre miele con virtù terapeutiche per le afte nei bambini.
I suoi storiografi raccontano che egli ebbe come primo maestro suo padre Eraclide, poi Erodico di Silimbria Gorgia di Lentini. Si racconta anche che egli lasciò la sua patria per esercitare la medicina in diverse città della Tracia. Ciò potrebbe essere vero, visto quanto riportato in alcuni scritti a lui attribuiti. Ciò che è dubbio è che egli venne chiamato da Perdicca II, re della Macedonia, e che fu in grado di diagnosticarli una malattia. Ippocrate avrebbe scoperto che la malattia di Perdicca era unicamente causata dall’amore segreto che provava per una concubina di suo padre. Questa storia rassomiglia a quella di Erasistrato che, anche lui, scoprì una malattia causata dall’amore. La differenza è che Erasistrato scoprì la malattia del giovane principe tastando il polso in presenza della donna che egli amava, mentre gli storiografi raccontano che Ippocrate raggiunse la sua diagnosi solo notando i cambiamenti esteriori del re (egli non conosceva l’arte di esplorare il polso).
Altre storie si raccontano riguardo ad Ippocrate: egli rese dei servizi alla Grecia durante la pesta detta di Atene; si rifiutò di andare a servire il re di Persia e conobbe Democrito. Queste storie non si appoggiano ad alcuna testimonianza di valore. Varrone, facendo riferimento ad un racconto, afferma: “il medico Ippocrate, durante la grande peste, non ha salvato un solo luogo ma diverse città?”. Actuarius si spinge oltre; egli afferma di conoscere l’antidoto usato da Ippocrate per guarire gli ateniesi e ne da la formula. Ippocrate, arrivato ad Atene, si accorge che i fabbri e tutti coloro che lavorano il fuoco erano esenti dalla malattia pestilenziale. Ordina allora di ammucchiare cataste di legna e dar loro fuoco provocando la purificazione dell’aria e la fine della malattia. Conclusione del racconto ti Actuarius: gli Ateniesi elevarono una statua di ferro al medici recante questa iscrizione

Ad Ippocrate, nostro salvatore e nostro benefattore”.

Per Littrè è facile dimostra che questa altro non è che una bella favola: Tucidide, che ha dato una ammirevole descrizione della peste di Atene, non fa alcuna menzione di Ippocrate né dei suoi servigi. Del resto, Ippocrate nacque nel 460 ac, la peste ateniese scoppiò nel 428, quando il medico di Cos aveva 32 anni e molto difficilmente poteva avere a quell’età la reputazione che la leggenda gli attribuisce.
Altri episodi attributi ad Ippocrate: Tzetses racconta che Ippocrate, bibliotecario di Cos, bruciò gli antichi libri dei medici; Andreas, nel suo libro sulla tradizione medica, che egli mise fuoco alla biblioteca di Cnido; e Varrone avrebbe scritto che Ippocrate bruciò le osservazioni delle malattie conservate nel tempio di Cos dopo averle copiate. Tutti questi racconti, provenienti da scrittori molto posteriori, non hanno alcun fondamento per Littrè.
Non c’è bisogno di dire che tutte le raffigurazioni fatte sulla figura di Ippocrate sono ideali: gli artisti antichi si accordarono per rappresentare la testa coperta, tanto di pileo e un certo numero di pieghe sul suo mantello.



Esposizione sommaria della dottrina medica di Ippocrate (Secondo il Littrè)

Dalle testimonianze e dai ragionamenti incatenati l’un l’altro Littrè arriva a definire un certo numero di scritti che considera come ippocratici. Ciò rende possibile riassumere il principi dell’antica medicina di Ippocrate. La medicina di Ippocrate era in larga parte legata alla teoria – meritando il nome di dogmatica – dal momento che nella sua epoca l’anatomia e la fisiologia erano ancora allo stadio embrionale. Nella medicina antica, un primo punto da considerare è l’opinione sulle cause delle malattie. Ippocrate riconosceva due ordini principali di cause e le attribuiva alla generazione delle affezioni patologiche. Il primo ordine comprende le influenze delle stagioni, temperature, acque e località. Il secondo ordine di cause è più individuale e risulta sia dall’alimentazione particolare di ogni persona che dagli esercizi che esegue. 

  • La teoria delle influenze climatiche, sviluppata con tanto talento da Ippocrate, era una conseguenza di tutte le sue idee riguardo alle stagioni ed all’andamento della temperatura nel corso dell’anno. La conformazione corporea, a disposizione dell’animo, il coraggio, l’amore verso la libertà, secondo lui, dipendevano dalle leggi del clima. L’età era naturalmente considerata come le stagioni, e, per lo stesso motivo, esponeva ciascuno a malattie speciali in rapporto alle trasformazioni annuali dell’atmosfera. Questa assimilazione era comprensibile se si accetta una delle principali teorie di Ippocrate. Secondo lui, il corpo umano è penetrato di un calore che egli chiama innato, la cui quantità è massima nell’infanzia e che va a ridursi nel progresso della vita raggiungendo il minimo durante la vecchiaia. Questi cambiamenti successivi di calore innato, simili a quelli del sole durante l’anno, portavano a considerare le età della vita come le stagioni, e facevano attribuire ad ognuna di esse un ordine di malattie analogo.
  • La seconda parte dell’eziologia generale comprendeva l’influenza esercitata dal nutrimento e dall’attività fisica. Ogni disturbo di salute è correlato ad un nutrimento mal regolato. La sovrabbondanza ed il difetto ingrandivano entrambe la malattie. Gli esercizi, che sono considerati come destinati a consumare il troppo pieno della nutrizione, determinano, quando eccessivi o trascurati, degli accidenti inversi, nocivi alla conservazione dello stato di salute.
  • Molta importanza è stata data anche alle infezioni ed ai contagi: in caso di epidemie, gli agenti esteriori e l’alimentazione non ne spiegavano la genesi, e la causa veniva inclusa nel dominio delle cose sconosciute.
  • Oltre alla dottrina del calore innato, non fu estranea ad Ippocrate quella che comparava l’uomo al mondo, la dottrina del microcosmo simile al macrocosmo, ed è chiaro che la sua eziologia si trova tutta nello studio delle cause esteriori.
  • Riguardo alle cause organiche delle patologie, così come Anassagora attribuiva le malattie alla bile, Ippocrate le attribuiva alle qualità degli umori ed alla disparità della loro mescolanza. La patologia umorale ha dovuto precedere necessariamente quella solidistica: poiché, prima di vedere l’epatizzazione polmonare della polmonite e la pleura ricoperta di false membrane nella pleurite, il corpo è aperto alle modificazioni che interessano le malattie dell’urina, del sudore, dell’espettorato e e delle escrezioni dell’alvo. Ciononostante, Ippocrate, nel trattato Sull’Antica Medicina, ammette, a fianco dell’azione degli umori, quella della forma e della disposizione degli organi (skémata). Questa opinione è stata poco seguita, anche dallo stesso Ippocrate, e la teoria umorale predomina tuttora (cioè all’epoca in cui Littrè scrive). 
  • Secondo Ippocrate, lo stato di salute è dovuto alla mescolanza regolare degli umori: è quella che egli chiama crasi; la malattia, invece, procede dallo squilibrio della crasidegli umori. 
  • A questa opinione si collega una dottrina che è uno dei perni della medicina ippocratica: la dottrina della cozione. Essa è collegata anche alla dottrina del calore innato e sono conseguenza l’una dell’altra, ed entrambe si appoggiano all’osservazione dei fenomeni fisici. 
  • Il calore innato tiene i corpi vivi ad una temperatura che le è propria; la cozione modifica gli umori rendendoli adatti allo stato di salute. Ecco un esempio dell’azione della cozione: all’esordio di una coriza, l’umore che va al naso è tenue, liquido e acre; nella misura che il male si avvicina a guarigione, questo umore diventa giallo, viscoso, spesso e cessa di irritare le parti con cui è in contatto. La cozione è dunque il cambiamento che gli umori subiscono nel corso della malattia, ricevendo una maggiore consistenza, un colore più cupo, ed altri caratteri che sono stati metaforicamente assimilati al cambiamento prodotto dalla cottura delle sostanze. Con la cozione, l’elaborazione degli umori termina attraverso l’espulsione di questi. Finché gli umori sono crudi e leggeri, essi flottano nei corpi, il male si manifesta nella sua intensità e niente può determinare l’espulsione di queste materie nocive; ma quando il lavoro proprio della natura raggiunge maturazione, allora essi subiscono trasformazione e diventano pronti per evacuazioni spontanee o artificiali. (Littrè accoglie in qualche modo come ancora valida la teoria della cozione assimilandola al concetto moderno, per lui, della risoluzione di certi stati patologici. La cozione sarebbe quindi il segno esteriore del processo interno che porta alla guarigione). 
    La cozione, considerata in sé stessa, offre tre spunti principali. In primo luogo, essa si appoggia su un dato certamente troppo generale per sapere che tutta la malattia è causata da un umore nocivo. In secondo luogo essa non è che un fatto concomitante della risoluzione che si opera nell’organismo. In terzo luogo, il sistema della cozione è stato, per assimilazione, esteso a diverse malattie, come per esempio nelle febbri continue, in cui il processo di guarigione non era visibile all’occhio del medico.
    La cozione degli umori ne prepara l’espulsione di questi. Gli sforzi di questa espulsione ricorrono con un nome particolare nella medicina greca: essi si chiamano 
    crisi. Con le crisi si aprono diverse vie; le più comuni sono le vie del sudore, dell’urina, delle escrezioni dell’alvo, del vomito e dell’espettorato.
    Un altro tipo di crisi è segnalato soventemente da Ippocrate; questo è il deposito (apòstasi). La teoria del deposito è estremamente legata a quella delle altre crisi e ne rappresenta un’estensione. Quando la materia morbifica non trova un’uscita adatta, la natura la porta a fissarsi in un punto particolare. Il deposito non è un ascesso; è tanto un’infiammazione esteriore che un erisipela, quanto la tumefazione di un’articolazione che la gangrena di una parte dell’organismo. Ci sono delle malattie che sono dei veri depositi ed ammettono un miglioramento e ci sono dei depositi, tali solo in apparenza, che non giocano alcun ruolo nella guarigione. 
  • La dottrina dei giorni critici è il complemento di quella delle crisi. Secondo gli antichi medici, le crisi non sopraggiungono in un epoca indeterminata della malattia: i tempi della crisi sono regolati. I fenomeni che si presentano sono assoggettati ad un ordine; e certi giorni sono, secondo il malato, la malattia, la stagione, legati agli sforzi critici della natura. Ippocrate ha adottato questa dottrina; egli ha segnalato i giorni che gli sono sembrati importanti da osservare; quelli che ritardano o accelerano e quelli che indicano la regolarità, ed il pericolo dei giorni critici che non giungono mai
  • La prognosi, per quanto riguarda la scuola di Cos non è quella che oggi (al tempo di Littrè) viene intesa come come semiotica. La semiotica, nei nostri trattati, è un frazione dell’enciclopedia medica, ci fa apprendere i valori dei segni, ma essa non ha una predominanza assoluta sulle altre parti; essa è subordinata anche alla diagnostica nel caso in cui la diagnostica è precisa, ed essa occupa un spazio ben meno grande di quello dell’insegnamento. La prognosi di Ippocrate, al contrario, domina tutta la scienza, essa è il punto culminante e fornisce una regola ai medici pratici; non c’è niente che lo imbarazzi. 
    Dunque, prognosi, cozioni, crisi e giorni critici marciano naturalmente insieme.

La salute è mantenuta dalla giusta mescolanza della crasi degli umori, la malattia è prodotta dal disordine di questa crasi; si determina un lavoro, comparato metaforicamente alla cozione, il quale, si compie con la guarigione, o, se non si compie, lascia che il male duri o finisca con la morte. Far prevalere l’osservazione di tutto l’organismo sull’osservazione di un organo, lo studio dei sintomi generali sullo studio dei sintomi locali, l’idea delle comunità di malati sull’idea delle loro particolarità, questa è la medicina della scuola di Cos e di Ippocrate.

La prognosi ippocratica è certamente un buon risultato del lavoro dell’antichità, ma non è nata improvvisamente nella testa di Ippocrate, o, per meglio dire, nella cinta della scuola di Cos; i suoi elementi sono stati preparati, e la filiazione è stata semplice e naturale. Si sa che i preti-medici degli Asclepiadi ricevevano i malati, consegnavano le note dei loro suggerimenti ai malati, e formavano una raccolta di note sperimentali che si ritrovano nelle Prenozioni di Cos, e nel primo libro dei Prorretici. Per i sacerdoti era importante riuscire a perforare il velo dell’ignoto e del futuro (oltre che passato e presente), e, nei templi di Asclepio, la predizione degli avvenimenti patologici sui corpi diventava il teatro della malattia. In questo ambiente Littrè intravvede il passaggio all’empirismo e, nella scuola di Cos, il passaggio dall’empirismo alla dottrina di scuola, e forse, anche Ippocrate in persone, spinse a questo cambiamento. 
Ippocrate è il primo che ci ha trasmesso delle storie particolari (casi clinici) di malattie: esempi rimarchevoli che non non stati imitati nel tempo dai posteri. Queste sono il prodotto diretto del sistema che fece un tutto della medicina antica. Nell’osservazione ippocratica, i sintomi locali e le lesioni di un organo sono omessi, perchè, dal punto di vista ippocratico, ciò ha un’importanza secondaria. Ma il regime abituale, le differenze di regime che hanno preceduto la malattia, le evacuazioni critiche o non critiche, i giorni in cui sopravvengono, lo stato della respirazione, del sudore, dell’urina, sono notate con un’esattezza perfetta.
Sulla terapeutica di Ippocrate, non possediamo che il libro sul 
Regime nelle malattie acute. Qua c’è ancora l’idea della cozione, della crisi, c’è la considerazione dello stato generale, o, in altri termini, la prognosi che insegna, quando e come servirsi del regime alimentare, degli esercizi fisici e dei rimedi per le malattie. 
Secondo Littrè, Ippocrate, per la natura delle sue conosce, è rimasto alla superficie dei corpi malati, mentre la medicina moderna è penetrata nell’interno; tale penetrazione nell’intimità degli organi e dei tessuti, è stato il lavoro dei secoli che lo separano da Ippocrate.

Articolo di Concetto De Luca (28/1/2013)

Tratto da 

  • Opere di Ippocrate (1961) a cura di Mario Vegetti
  • Opere complete di Ippocrate (1863) di Emile Littrè
  • Wikipedia

4 pensieri su “Biografia e Teorie di Ippocrate

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