LA SCUOLA EMPIRICA 

Questo articolo si basa sulle descrizioni riportate nei testi di storia della medicina di Adalberto Pazzini, Kurt Sprengel (traduzione in italiano, seconda edizione) e Francesco Puccinotti, dunque autori di fine settecento, metà ottocento e novecento.


LA SETTA PRESENTATA DAL PAZZINI 

Ecco quanto Afferma il Pazzini [1]
Secondo Aristotele, l’empirismo, a differenza della scienza, si ferma alla constatazione del fatto osservato, senza riandare alla ricerca della ragione che l’ha prodotto. Prima che Aristotele codificasse con la sua dottrina questo atteggiamento del pensiero di fronte alla conoscenza, l’empirismo era già una caratteristica seguita da talune scuole e, sembra particolarmente, da quella di Cnido
Nel comune linguaggio storico-scolastico, si intendono per “Empirici” oltre, naturalmente, tutti coloro che si basano sulla sola esperienza senza cercare la ragione dei fatti osservati, quei medici che fecero parte di una setta, o scuola, che sorse intorno al III secolo ac, il cui scopo era quello di instaurare un metodo empirico, come dice la parola, contro quello “razionalista” di marca ippocratica, e particolarmente professato dalla scuola dogmatica
Gli appartenenti a questa setta vantavano origini assai antiche, anteriori alla stessa scuola dogmatica, riconoscendo loro fondatore Acrone agrigentino, allievo di Empedocle
L’atteggiamento di questa scuola lo si fa risalire quale protesta e opposizione alla scuola dogmatica, la quale, cercando di dare una spiegazione a tutte le acquisizioni in possesso, finiva spesso con il creare più confusioni e dispute che reali progressi. 
Era l’epoca, quella, in cui aveva preso piede lo scetticismo, come dottrina filosofica e si pensa, da parte di taluni, che sia stato Pirrone a separare la scuola Empirica da quella Dogmatica. Pirrone morì nell’anno 288 ac e fu quella anche l’epoca in cui avrebbe eccelso Filino di Cos, il quale (anche secondo Galeno) sarebbe stato il vero fondatore della scuola, unitamente a Serapione di Alessandria
Forte impulso alla costituzione della setta fu anche dalla scuola alessandrina di Erofilo, i cui discepoli, morto il maestro, si attaccarono all’empirismo. 

  • Filino di Cos, fiorito intorno all’anno 260 ac, scrisse alcuni commentari su Ippocrate. Allievo di Erofilo, commentò anche le opere del suo maestro. Scrisse un libro originale sugli animali velenosi.

  • Serapione di Alessandria, fiorito intorno all’anno 220 ac, fu l’altro che ebbe fama di aver fondato la scuola empirica. Egli cercò, tuttavia di conciliare la tradizione ippocratica con l’empirismo, e tentò la compilazione di una specie di formulario. Contro le cognizioni acquisite, e cioè contro una sterile tradizione, gli Empirici posero le cognizioni che sono frutto di una immediata esperienza.


L’esperienza poggiava sui seguenti punti fondamentali che costituirono la base della scuola empirica: 1) “l’autopsia”, ossia l’osservazione propria e diretta [da non confondere con l’accezione di autopsia cioè dissezione dei cadaveri, ma intesa nel senso originale della parola come “vedere con i propri occhi”]; 2) “l’historicon”, ossia la storia delle osservazioni proprie o altrui; 3) l’analogia o “metabasis” (ossia passaggio ai simili), ossia il confronto. 
Queste tre basi fondamentali di ragionamento furono chiamate anche “tripode alessandrino” e costituirono la caratteristica della scuola: caratteristica che si manifestò in un’ostentata trascuratezza di tutto quel che non fosse pratica attuazione di giudizio e attività professionale. 
Ecco qualche asserzione a tipo aforistico di quella storia: 

“Gli ammalati guariscono per i rimedi e non per l’eloquenza. Importa conoscere quel che caccia le malattie, non quel che le produce”


Sulla base di asserzioni del genere furono abbandonati ogni forma di studio di anatomia e fisiologia, che a giudizio di quella scuola, sarebbero stati di scarsa importanza di fronte al problema immanente del malato. 

Ma il giudizio di Pazzini sull’empirismo non è del tutto negativo. Afferma il Pazzini che, nonostante il disprezzo aristotelico e ippocratico, Empirismo può stare a significare il giusto presupposto-base di una mentalità, e di un indirizzo scientifico di pura marca galileiana che poggia le proprie induzioni su fatti reali e non su indimostrabili assiomi. A testimonianza di questo “sano modo di pensare”, esiste una documentazione di cui, secondo il Pazzini, non si tiene abbastanza conto. 
Si tratta di un libro apocrifo pseudoippocratico, compreso nei libri etici del Corpus Hippocraticum, intitolato “Dei Precetti”, il cui autore è dichiaratamente seguace della dottrina dei stoici, assertore de fondamentale valore dell’empirismo nei confronti del puro razionalismo. Dunque, l’esperienza, quella “empereia” che Ippocrate condanna, è invece la vera maestra, creatrice addirittura della della coscienza e della conoscenza. Seguendo i dettami della dottrina stoica, l’autore afferma che alla base di tutto sta la conoscenza dei fatti, acquisizioni che, passando attraverso i sensi, si fermano nella memoria. È il senso, quindi che, diventa una specie di “messaggero” degli oggetti dell’intelligenza, e il ragionamento altro non è che una memoria sintetica delle cose che sono passate attraverso i sensi. Su null’altro deve, quindi, basarsi il ragionamento se non sull’esperienza dei fatti realmente accaduti. Se il ragionamento dovesse prendere mosse da una ipotetica, soggettiva ricostruzione della ragione, arbitraria, perchè non poggia sulla realtà delle cose, esso spesso finirebbe per portare a conclusioni errate. Così, trasferendo al ragionamento medico questi suoi principi, bisogna guardarsi da quelle affermazioni che sono basate sull’artificio della parola. E poi, di seguito, l’autore passo per passo, continua ad applicare tutto il suo modo di ragionare alla prassi medica, e al comportamento del medico, al trattamento medico-psicologico del malato e finanche alla somministrazione dei rimedi. Ed ad una particolare attenzione rivolta al salasso, fa ricollegare lo scritto in parola all’epoca alessandrina, non essendo proclive ad esso. 
L’autore di questi “Precetti” potrebbe essere stato Eracleide [Eraclide] di Taranto. Egli visse in epoca non precisata: nel II sec. ac secondo Galeno, o in epoca assai inferiore (IV-III sec ac) secondo Eroziano. La data più accreditata dal Pazzini è quella che si aggira tra il II ed il I sec. ac. Eracleide di Taranto fu autore di un considerevole numero di opere delle quali solo la tradizione del titolo o della semplice esistenza ci è stata tramandata da autori posteriori. Egli fu tra gli empirici che coltivarono la loro dottrina con la maggiore dignità senza avvilirla nella pratica clinica. Discepolo di Mantia, come Galeno ci assicura, seppe unire l’esperienza semplice e il ragionamento. 
Come fa rilevare il De Renzi, siamo costretti ad avere le principali notizie sull’attività scientifica di un personaggio così importante, solo per il tramite dei suoi avversari. Tra le sue opere degne di particolare attenzione si ricordano le seguenti: una sulla medicina pratica, in quattro libri, citata da Celio Aurelianocon il titolo “Cura delle malattie interne” o anche con quello “Delle Affezioni Interne”; un’opera di farmacologia pratica, citata da Galeno, in tre libri, scritta contro Astidamante; un’altra simile, citata sempre da Galeno con il titolo “De preparatione aut probatione medicamentorum”; uno scritto sui serprenti ricordato da Galeno, che riporta una ricetta detta “Enneapharmacon”; un’opera di medicina militare dal titolo “Strationes”, un’altra di dietetica intitolata “Simposio” oltre ai commenti sulle opere ippocratiche ed altri scritti meno sicuri, i quali completano la figura scientifica di questo illustre, quanto poco noto, medico tarantino. 
La sua gloria maggiore fu quella di essere stato farmacologo, tra i primi, se non il primo, sperimentatore in farmacologia. Usò tra i primi l’oppio e il carpobalsamo (Anagyris carpobalsamum), il pepe lungo, l’assafetida. 
Fu autore di ricette assai ragionate, come quella riportata da Celso, contro la tosse e l’insonnia, composta di lacrime di papavero, zafferano mirra, pepe lungo, cannella, galbano, castoro. 
Secondo il farmacologo e storico della medicina Alberico Benedicenti (1866-1961), Eracleide da Taranto fu un audace autosperimentatore, avendo voluto provare su sé stesso gli effetti terapeutici di alcuni veleni, usati in dose medicamentosa, quali la cicuta ed il giusquiamo. 
Di minore importanza furono le sue qualità chirurgiche, comunque ricordate da Celso, Oribasio e Galeno.

Altri nomi seguono quelli dei due presunti fondatori, Filino di Coo e Serapione di Alessandria: Apollonio di Kition, che secondo Galeno scrisse un libro sull’epilessia e commentò il libro delle “Articolazioni” di Ippocrate; un Glaucia, che secondo Celso e Galeno illustrò i termini ippocratici di oscuro significato e commentò taluni libri del Corpus. In chirurgia, Glaucia migliorò la fasciatura del capo e quelle per le fratture del braccio e della clavicola. 
Dati i principi della scuola, la chirurgia aveva un luogo importante. Negli ultimi tre secoli prima dell’avvento dell’era volgare furono compiuti notevoli progressi, specialmente nel trattamento delle fratture e delle lussazioni, nella chirurgia erniaria, nel trattamento delle ferite, nella tecnica delle fasciature, nell’operazione della pietra e della cataratta. 
Tra i chirurghi ricordiamo Megete di Sidone, chiamato “eruditissimo” da Celso. Egli si distinse in modo particolare per il trattamento delle fistole e per lo studio che fece di queste affezioni, per l’intervento nella calcolosi vescicale, per lo studio delle ernie ombelicali. Ninfodoro inventò un banco per la riduzione delle lussazioni. Ammonio, litotomista, inventò uno strumento per rompere i calcoli in vescica ed altri minori. 

LA FARMACOLOGIA SPERIMENTALE 

Sempre il Pazzini riferisce che lo studio dei veleni assunse un aspetto nettamente sperimentale, pur se la morale moderna può rimanere più che perplessa dinanzi a questi esperimenti che comportavano la morte dei pazienti, schiavi ed uomini liberi, proditoriamente assoggettati alle prove mortali dei tossici. 
Tra questi “sperimentatori” ci sono due re, come quelli che, maggiormente temendo il veleno, studiavano il modo di difendersene. 
Il più noto fu Mitridate Eupatore (132 ac – 63 ac), re del Ponto, il quale, insieme con il suo medico Crateua, giunse alla scoperta di quel fenomeno che porta appunto il suo nome: il “mitridatismo”, l’assuefazione, cioè al veleno mediante piccole dosi refratte. E tanto vi si assuefece che, allorchè, vinto dai Romani e tradito dai suoi, si volle togliere la vita, dovette ricorrere alla spada. L’altra scoperta di Mitridate fu quella della composizione di un antidoto universale, composto di oltre 90 droghe, che da lui prese il nome di “Mitridato” e che, completato in seguito da Andromaco il Vecchio, medico di Nerone (37 dc – 68 dc), con l’aggiunta di carne di vipera, fu la celebre “Triaca”, medicinale che ha goduto della vita più lunga, essendo ancora oggi in uso nella pratica popolare tradizionalistica. Crateua dedicò al suo re, due piante da lui trovate: la “mitridata” e la “euparatoria”. 
L’altro re farmacologo fu Attalo II Filometore di Pergamo, (morto il 133 ac), che aveva una collezione di piante velenose che egli stesso coltivava ne suo orto e spesso ne faceva esperienza sui suoi convitati. Egli è conosciuto da Plinio con il nome di “Attalus Medicus”. 
Tra gli altri nomi di farmacologi, oltre a quello di Crateua, meritano un cenno Nicandro di Colofone, nato nella Libia nel II secolo ac e morto tra il 135 ed il 130 ac. Sacerdote di Apollo, fu medico, geografo, geologo, agronomo. Sembra che prima di Temisone abbia consigliato l’uso delle sanguisughe. Fu autore di due opere, le “Metamorfosi” e le “Georgiche”, che avrebbero servito, rispettivamente, ai noti poeti latini. 
Zopiro, farmacologo vissuto alla corte dei Tolomei, fu autore di un altro antidoto universale, da lui chiamato “Ambrosia”. Eccone gli ingredienti e la ricetta, così come riportato da Celso. 

“L’Ambrosia è fatta di queste cose: incenso maschio, pepe bianco, fior di giunco rotondo, cinnamono, cassia nera, croco cilicio, mirra, nardo indico. Queste cose si mescolano con il miele cotto. Dappoi quando deve essere adoperata se ne disfa in una bevuta di vino in quantità di una fava Egizia” 


Egli fu anche conoscitore delle piante medicinali; nato in Cappadocia, tardo discepolo di quella scuola, fu autore di un’opera di materia medica e di farmacologia, ricordato da Galeno come preparatore di medicinali e specialmente unguenti. 
Anche Cleopatra fu considerata dottoressa dagli antichi. La nota regina sarebbe stata autrice di un trattato di cosmetica, oggi perduto, alcune ricette della quale ci sono state tramandate però da Galeno, Aezio e Paolo di Egina. 

 


LA SETTA PRESENTATA DALLO SPRENGEL 

La Setta Empirica viene presentata da Kurt Sprengel [2] con i seguenti termini. Secondo Plinio e l’autore dell’Introduzione tra le opere di Galeno, Acrone di Agrigento fu il fondatore della scuola empirica. 
Intorno al 280-250 ac, la situazione delle scuole dogmatiche e della filosofia dominante, in parte cambiò. Alcuni medici abbandonarono il sentiero battuto da Ippocrate, ed approfittarono delle poche scoperte anatomiche fatte fino ad allora per formare nuove speculazioni sulle funzioni del corpo animale in stato sano e morboso. Nelle scuole si suscitarono lo spirito di opposizione e di disputa; e la terapia stessa non ne andò scevra. Un partito rigettava i metodi dell’altro, pur appoggiandosi con ugual diritto alle esperienze già fatte e alle teorie che tra esse entravano in contraddizione. A ciò si aggiunsero le sottigliezze filosofiche e le inutili sofisticherie poste in opera per difendere ogni opinione, le quali indussero una decisa avversione per ogni dogmatismo. 
Fiorirono in quei tempi non pochi medici diventati noti perchè compositori di vari medicamenti che ne portavano il nome, e che si adoperavano in certe malattie. 
Lo scetticismo contribuì assai a consolidare il sistema empirico. Poco dopo la “celebrazione” di Pirrone, seguì la separazione della scuola Empirica dalla Dogmatica. Pirrone morì intorno al 288 ac. In quest’epoca si riferisce la massima celebrità di Filino, fondatore della scuola empirica. La storia degli empirici confuta quanti credono che essi avessero bandito ogni uso dei sensi e della ragione. Ecco quanto afferma uno scrittore posteriore, Sesto Empirico: 

“Noi non rigettiamo l’uso dei sensi; non neghiamo, per esempio che il miele sia dolce, ma se si voglia esaminare l’essenza della dolcezza, confessiamo la nostra ignoranza, e ci facciamo beffe di delucidazioni categoriche dei dogmatici”


Sesto Empirico nega che la scuola empirica sia derivata dagli scettici. Egli sostiene espressamente che le due scuole non furono mai una sola. Lo Sprengel concorda solo in parte con questa affermazione, sostenendo comunque che lo scetticismo diede origine a molti principi degli empirici. 
Gli empirici più antichi amarono soprattutto le nozioni dedotte da un’immediata esperienza, dalla quale appunto trassero il nome. L’esperienza, le cui regole della setta posavano, doveva essere risultato della migliore induzione. Per dire di aver fatto esperienza bisognava dire di avere osservato un caso più volte e sempre sotto le stesse circostanze [3]. Benché gli empirici trascurassero qualsiasi ricerca delle cause che non cadevano apertamente sotto i sensi, tenevano comunque una scelta di quei fenomeni che potessero diventare oggetto dell’osservazione, dal momento che sarebbe stato comunque superfluo osservare tutti i singoli sintomi della malattia. Essi, infatti, distinguevano i sintomi essenziali della malattia da quelli fortuiti e non immediati [4]. Tali osservazioni si tenevano a memoria, e la rimembranza del caso osservato fu chiamata teorema. La raccolta intera di questi teoremi costituiva l’arte medica, le cui basi erano di conseguenza l’osservazione e la rimembranza. 
Vi erano tre sorgenti di osservazione, vale a dire a) l’accidente b) l’esperimento istituito a bell’apposta e c) l’esempio di altri casi consimili, cioè l’analogia. 
Dunque, posseggo “l’empereia” qualora ho nella mia memoria casi analoghi da me osservati e so applicarli al presente. Siccome nessuno possiede di per sé una casistica così numerosa, ci si deve contentare della reminiscenza di altri casi osservati da altri e metterli in relazione al presente. La storia raccoglie tutte le osservazioni fatte da altri medici sulla stessa malattia, sia per quanto concernono i sintomi che l’azione dei rimedi. Le osservazioni debbono essere istituite sempre nel medesimo modo e sotto le medesime circostanze, e soprattutto nel medesimo genere di malattia. [Probabilmente è in questa definizione delle “osservazioni” che il Pazzini intravvedeva un abbozzo di metodo Galileiano]. 
L’avvalersi delle osservazioni altrui consiste, per avviso degli empirici più antichi, nel sapere il particolare dall’universale, e nel passare così a distinzioni e a definizioni. Queste ultime richiedono l’uso della ragione, la quale per altro non può avanzarsi se non fin dove la conducono le osservazioni. Gli empirici posteriori amarono assai le definizioni. Ma poichè in esse non prendevano mai in considerazione l’origine, né le cause occulte, perciò denominarono “ipotesi” queste definizioni nominali. 
Riporta Galeno che definirono la malattia quale concorso di sintomi che si incontrano in un corpo nello stesso tempo e modo. Più di tutto si calcola il numero di sintomi. Ad esempio: la sensazione dolorosa incorre tanto nell’infiammazione quanto nello scirro; ma in questo mancano certi sintomi che si osservano in quella. 
L’empirico bada anche al tempo e all’ordine in cui compaiono i sintomi. Ad esempio: l’antecedenza della febbre con lo spasmo, o di questo a quella, rende necessaria una diversità di cura. 
La propria esperienza e le storie raccolte dalle osservazioni e istruzioni altrui non sembrano bastare quando si presentano nuovi mali o nuovi rimedi da esaminare e da applicare. Uno dei primi fondatori della scuola, additò in tal caso un terzo sentiero, che si denominò passaggio ai simili. Si passò, per esempio, nel caso di un esantema dai sintomi del braccio a quelli della coscia, dal vantaggio delle mele cotogne nelle diarree all’uso delle nespole nelle stesse, e si credette questo come il cammino più sicuro alla scoperta [5]. Gli empirici chiamarono queste “esperienze acquistata a forza di esercizio”. In questo senso esse differiscono dall’analogia dei dogmatici, i quali si riferiscono alla somiglianza delle cause e dell’indole della malattia non che della qualità dei rimedi, riconoscibili solo dalla ragione, non essendo oggetti di esperienza. 
Dopo di che Serapione stabilì il passaggio ai simili per l’applicazione dei casi clinici [“metabasis”] come terza base dell’empirismo, di cui l’esperienza [“autopsia”, cioè vedere con i propri occhi] e la storia [“historicon”] costituirono le altre due fondamenta della triade [tripode] dell’empirismo. 
Ma Menodoto di Nicomedia rifiutò la terza base sostituendola con “l’epilogismo”, cioè il ragionamento che porta a cognizioni più certa allorchè supera le idee ordinarie. 
Questa espressione servì a superare le frequenti obiezioni degli Dogmatici che rinfacciavano agli Empirici la mancanza di precisione del metodo e l’incertezza e l’inutilità dei loro principi. Probabilmente, l’epilogismo venne applicato ad investigare le cause occasionali che cadevano sotto i sensi, ma non erano oggetto di esperienza prima d’averli osservati. Dunque, se noi per esempio, dobbiamo curare un maniaco, e se nell’esame del cranio troviamo prominenze o concavità, scopriamo in questo fenomeno sottoposto ai sensi la causa occasionale occulta della mania, cioè la lesione del capo. Un’altro esempio: i dolori nell’urinare non mostrano di per sé l’esistenza dei calcoli; ma se l’urina è sanguigna o mucosa, si può dedurre con argomento di probabilità l’esistenza di un calcolo. 
Questo modo di arguire dai fenomeni evidenti la loro cagione prossima ed immediata gli Empirici lo sostituirono alle deduzioni astratte ed alla dialettica dei Dogmatici, sperando con questo epilogismo di annientare tutti i sofismi dei dogmatici. Afferma lo Sprengel che di fatto, con questo filosofare, gli Empirici furono veri Ippocratici. 
Gli Empirici trascurano interamente non solo la ricerca delle “cause occulte” [6] ma anche l’anatomia [cioè la dissezione]. Siccome, non di rado accadeva nella cura delle ferite di vedere parti interne del corpo, essi assegnarono a tali cognizioni anatomiche il nome di “traumatikè teorìa” [7]
Essi affermavano che 

“se l’uso della dialettica e della filosofia fosse servita a fissare l’indole delle malattie, i filosofi più ragionati sarebbero sempre stati anche i più bravi medici; ma l’esperienza ci mostra il contrario. Non bastano le parole, ci vogliono i rimedi”


I Dogmatici non sopportavano, inoltre, che gli Empirici trascurassero la Fisiologia e che non facessero uso delle quattro facoltà del corpo. Ma lo scopo degli Empirici era quello di guarire le malattie con rimedi opportuni, senza badare alle speculazioni fisiologiche e patologiche dei Dogmatici, ed essi non ammettevano nel corpo niente se non quanto insegnato loro dall’esperienza. 
Basandosi sull’affermazione di Ippocrate che l’esercizio dell’arte è fondato sulla giusta conoscenza del clima, della situazione di un paese e della costituzione dell’atmosfera, gli Empirici arrivarono a sostenere che a Roma era richiesto un trattamento diverso rispetto a quanto praticato nelle Gallie o da quello usato in Egitto. Essi, dunque, in tal senso, non si attennero alle regole universali dell’Arte Medica. 
Malgrado queste notevoli differenze dei principi dominanti rispetto al dogmatismo, e malgrado le contraddizioni di entrambi i partiti, il metodo curativo, per testimonianza di Galeno, non variò molto. Gli Empirici, per esempio, volevano flebotomare nelle medesime malattie dei Dogmatici. 

 


LA SETTA PRESENTATA DAL PUCCINOTTI 

I commenti del Puccinotti, a riguardo della Setta Empirica furono, in generali, più negativi [8]. Egli afferma che seguaci di Erofilo si convertirono con il tempo, e in Alessandria e in fuori, in due schiere di medici. 

  • La prima schiera, tenendo ferme le teorie umorali del maestro, e come è consueto dei pedissequi, viziandole sempre di più le astrazioni, si volse al lucroso ufficio dei “commentatori”, filologi dei libri della scuola di Cos: taluni con devozione superstiziosa, identificandoli erroneamente con il nome e l’autorità di Ippocrate; altri spacciando per ippocratici i libri del detto codice, aventi i due massimi vizi della scuola: l’esagerazione filosofica e quella terapeutica, e sostituendo nei loro libri genuini le loro fantasticherie ed i loro sofismi.

  • La seconda schiera fu di quelli che, o in buona fede o sopraffatti per viltà o per amore di lucro alla tendenza orientale, si volsero interamente a cercare e illustrare le cose di Farmacologia, vituperandola di superstiziose credenze e di azioni vane e specifiche; ed in questa abominevole degenerazione si eclissò completamente il carattere della Scuola Greca, e tra gli antidotari, gli euporisti, gli unguentari, ed altre simili ciarlatanerie, si finì con una satanica danza di veleni e contravveleni e panacee di “Hiere e Triache, di cui presero diletto i medici e non solo, ma anche i poeti, i Re e le Regine”.

Tra i commentatori più distinti si annoverano Bacchio di Tanagra che scrisse sugli “Aforismi di Ippocrate”, e lasciò un glossario di libri ippocratici; Cidia di Melasa nella Caria che si appigliò conLisimaco di Ceo, in modi opposti commentando tra loro il Codice [Corpus Ippocratico]; Zeusi di Laodicea il cui commento generale su tutti i libri del Codice [Ippocratico], divenuto rato ai tempi di Galeno, diede a questi molte notizie storiche sul “III libro delle Epidemie”; Eraclide di Eritrea;Apollonio di Pergamo, commentatore e compendiatore del “Glossario” di Bacchio, e Dioscoride Fara Alessandrino, che confutò i lavori filologici di Bacchio medesimo. 
Fra i farmacologhi, il più antico ed illustre per essere stato insieme distinto patologo, fu Demetrio d’Apamea, le cui teorie furono raccolte diligentemente da Celio Aureliano; Mantiade, creduto da alcuni maestro di Eraclide di Taranto che scrisse sulla preparazione dei rimedi; Zenone di Laodicea, celebre per i suoi “diastici” ed antidoti; Andrea di Caristo, autore del “narthecium”, ossia magazzino dei rimedi; i due Filateti, Alessandro Demostene, entrambi “devastatori della sfigmica”;Aristosseno Gaio, ed altri fanatici “medicamentari” [9]
Di tali Erofilei, alcuni si vuole che siano anteriori alla cacciata dei letterati e dei medici da Alessandria sotto Tolomeo VII [Tolomeo VIII Psyscon di cui dice Menacle di Barca che nel 145 ac fece espellere tutti gli intellettuali che si erano opposti a lui]; altri emigrando nell’anno della persecuzione, condotti da Zeusi, Strabone afferma che andarono a continuare la scuola in un Asclepeio della Frigia tra Laodicea e Carura, che allora era grandemente rinomato, sebbene Strabone non afferma che la scuola fondata da Zeusi era di Erofilei. 

Invece, quando parla dell’Asclepio di Smirne, Strabone dice espressamente che questa fu fondata da Icesio e conteneva Erasistratei. Della grande rinomanza acquisita da Icesio con le sue opere ne dicono Plinio ed Ateneo. 
Che il numero e la forza degli Erasistratei fosse di gran lunga superiore a quella degli Erofilei si deduce da Galeno stesso, attorno al quale, benchè in parte trasformati in Metodici e Pneumatici, “erano dopo vari secoli tuttora così accalcati che non v’è libro di Galeno, in cui egli non abbia bisogno di sgomberarseli davanti per muovere passo”. 
Stratone di Berito con i suoi lavori su Ippocrate, diede del materiale al “Glossario” di Eroziano. Licone di Troade fu “insigne fisiologo”. Apollonio di Menfi scrisse di botanica ed un trattato anatomico “De Articulis”. Apollofane, medico di Antioco il grande, fu celebrato da Polibio lo storico. 

La chirurgia, restaurata nella sua semplicità e purezza delle sue pratiche da Ippocrate, ricadde, anch’essa, isolata dal resto della medicina, ed accomunata ai goffi esercizi dei Periodeuti, in tutte quelle ignoranze ed abusi e vanità che il Padre della Medicina aveva respinto. Ma nel primo periodo della Scuola Alessandrina, essendo stata trattata dai medici, secondo costumi greci e soprattutto dagli Erasistratei, ebbe uomini distinti. Tra i quali si debbono ricordare quelli segnalati da Celso come benemeriti di questa pratica: dopo Filosseno, del quale Celso rammenta la diligentissima compilazione di molti libri chirurgici, egli aggiunge Gorgia, Sostrato, Erone, due Apollonio e Ammonio Alessandrino, oltre altri. Questi non avevano difficoltà a praticare e scrivere sulla litotomia, ostetricia e mali degli occhi, e non erano da confondere con la “turba di quegli specialisti egiziani e periodeuti greci, che da semplici mestieranti tali pratiche seguitavano”. Ma i soprannominati da Celso erano tutti Erofilei o Erasitratei, e taluni ancora non solo medici, ma anche naturalisti. Filosseno, seguace di Erofilo, ad esempio, declinava già nei “vizi orientali”, e Galeno riporta un suo rimedio per la cataratta, in cui entravano bile di iena e grasso di vipera. Apollonio di Tiro, della scuola medica di Erofilo, scrisse sulle ferite e sulle fasciature. Apollonio di Menfi, erasistratateo che in chirurgia aveva trattato delle articolazioni, coltivò la botanica, e fu scrittore di Patologia. Gorgia ed Erone illustrarono la patogenesi dell’ernia ombelicale. Ammonio Alessandrino fu detto il “litotomo” perchè immaginò uno strumento con il quale si poteva “frangere il calcolo in vescica”. Perigene trovò un tipo di fasciatura per la lussazione del braccio denominata “becco di cicogna”, trattò anche di malattie interne, e a riguardo, Galeno, nel discorrere sui rimedi delle malattie respiratorie, più volte scrive “ex Perigenii libris” [10]
Prosegue il Puccinotti: dopo di questi l’arte chirurgica si chiuse, sostituita da “goffe macchine” come il plinzio, fatta di carrucole, per rimettere le lussazioni del braccio, e il glossocomo, per trattare le ferite delle estremità inferiori, da un’insieme di erbe vulnerarie, di unguenti, “goffe composizioni di caustici e specifici”, raccolte più innanzi nella storia da Oribasio e “ammonticellata alla peggio nelle opere degli Arabi scrittori”. 

[Secondo il Puccinotti] il meccanicismo erasistrateo e l’umoralismo erofilico spinsero la medicina alessandrina ed i primi seguaci di Erofilo verso l’empirismo terapeutico, in maniera così forte che i “rispettabili seguaci della Filosofia Scettica e l’altra metà degli zotici mestieranti e spregevoli si confondevano da non più distinguersi ambedue le schiere nella terapeutica”. 
Gli elementi di progresso scientifico che il Puccinotti riconosce, comunque, alla scuola alessandrina sono i seguenti: al sistema nervoso vengono riconosciute “le sue origini” e viene fatta la prima grande divisione “in senziente e motore”. Viene ingrandita la sua anatomia (ventricoli cerebrali, plesso coroideo, “scoperti l’acustico, l’oftalmico, gli ottici, i linguali”); nell’occhio vengono distinti l’iride, la retina, l’umor vitreo, la lente cristallina; sono veduti i vasi mesenterici-lattei, gli epididimi, isolato il duodeno, meglio conosciuta l’anatomia del fegato e dell’utero, più distinte le valvole del cuore, “quasi determinato il circolo pneumo-cardiaco”; “intravisto l’intreccio capillare dei parenchimi”. 


I Precetti della Scuola Empirica Secondo il Puccinotti 

Acrone di Agrigento, Filino di Cos, Serapione di Alessandria sono a vicenda “intitolati i fondatori della Scuola Empirica. Puccinotti è del partito di coloro che la fanno “incominciare da Filino di Coo, che fu dei migliori e più diligenti seguaci di Erofilo”. Serapione, come posteriore di Filino, sembra essere stato quello che operò la fusione dell’empirismo greco di Filino con l’empirismo orientale di Alessandria. Acrone di Agrigento, più antico di tutti, fu probabilmente a capo della Scuola, “perchè non era né di quelli scesi di Grecia in Alessandria, né Alessandrino; e così non offendeva le ambizioni nazionali di alcune delle due parti”. 
Il Puccinotti ci riferisce che questa Scuola è stata “dai dotti giudicata in diverso modo”: c’è chi l’ha creduta peggiore di quella dei dogmatici, per essere scettica e nemica di ogni soccorso di ragione e distruttrice di scienza e chi, al contrario, l’ha stimata come benemerita della vera medicina. 
Secondo Il Puccinotti, la scuola empirica di Alessandria non ebbe alcun ingegno elevato da potersi ravvicinare ad Ippocrate. Essa fu rampollo degenere della scuola di Coo, che aveva già degenerato in Erofilo, mentre l’Empirismo alessandrino fu un vizioso sistema separato da ogni legge legge di natura e ondeggiante sempre sull’arbitrio e sull’accidentalità. 
I teoremi della Scuola furono i seguenti: 1) La propria esperienza, “autopsia” [intesa appunto nel senso etimologico di “vedere con i propri occhi”, non di dissezione]; 2) la storia dei fatti propri o altrui, “istoricon”; 3) il passaggio ai simili, “metabasis”: 4) l’“epilogismo” in diretta opposizione all’”analogismo” dei dogmatici. 

  • L’esperienza sola è stata la genitrice della medicina; le teorie sono venute dopo. O queste rivelano i risultati dell’esperienza, e sono inutili; o non li rivelano, e sono pericolose. Tutto ciò che è incerto, occulto o indeterminato, come le cause prossime dei morbi, non può essere mai guida dell’esperienza; questa poggia solo sul “discernibile”. Le malattie richiedono rimedi, non “cicalate”. Ciò che giova o nuoce comprende tutta la conclusione dell’osservazione individuale, ed è il “criterio” dell’arte.

  • Un uomo, però, da solo non può vedere tutti i casi che bastano alla propria arte. Quindi ha bisogno dell’istoricon, somma delle osservazioni altrui. Nelle storie non si deve badare ad altro che alla “sindrome dei sintomi [cioè all’insieme dei sintomi] e ai rimedi dati.

  • Ove la propria esperienza e le storie altrui “non soccorrono”, quando specialmente si presentano malattie nuove, ha luogo il terzo teorema, cioè il “passaggio ai simili” con il quale si deduce dai casi già noti la convenienza di un trattamento per i casi che con quello hanno rassomiglianza.

  • I primi Empirici non volevano “confondersi” tra e cause delle malattie. Cause piccole effetti grandi, cause simili effetti dissimili e viceversa, “erano le opposizioni che appoggiavano il loro disprezzo per la Eziologia”. Ma, alquanto dopo, Serapione, cercò di salvare l’Empirismo dalle accuse di superficialità e insufficienza scientifica estendendo le facoltà del quarto teorema detto “Epilogismo”. Secondo questo teorema, dalle cause discernibili o dai fenomeni di una malattia si possono determinare in alcuni casi la “differenza della causa interna che non cade sotto i sensi”.

  • Più tardi, afferma Galeno [11], si aggiunse l’”Autoschedion”, che “era un tentativo sperimentale suggerito da un preconcetto, proprio o altrui, talora anche da un sogno, per scandagliare “l’aggiustatezza” e la convenienza di un rimedio o un metodo terapeutico”.

Di alcuni empirici più distinti 

Dell’immensa “turba” di costoro, Puccinotti afferma che meritano di essere ricordati solo quattro nomi. 
Di Eraclide di Taranto [medico greco della prima metà del I secolo ac, autore di una farmacopea militare e di un’opera sui veleni militari, che si occupò anche di materia terapeutica e dietetica e fece un commento alla parte del Corpo Ippocratico da lui ritenuta genuina [12], non è da non confondere con l’omonimo architetto militare] si conserva un frammento molto importante, perchè respinge con osservazioni proprie la critica fatta da Ctesia di Cnido al metodo di ridurre il femore lussato. Galeno[13] colloca Eraclide fra quelli che commentarono tutti i libri della Scuola di Cos. Ateneo [di Naucrati] e i Geoponici [collezione bizantina del X secolo di venti libri di agronomia] citano i libri di Dietetica e di Agronomia da lui composti. Dai suoi libri di Farmacologia “ad Antiochidem” Galeno trasse “non poche formule medicinali, note al suo tempo sotto il nome del Tarentino”. Della sua Patologia speciale restano memorie in Celio Aureliano, dove è riferito con poca lode il metodo curativo della “Pleuritide” e con altrettanto biasimo quello della “Frenitide”. 
Di Serapione di Alessandria, oltre alle molte “gemme farmaceutiche” e ai corpulenti antidoti di cui Galeno, Celso ed Ezio fanno riferimento, sono ricordate in Celio Aureliano le due sue opere: il libri “Curationum”, ed i libri “ad Sectas”. 
Menodoto di Nicomedia, oltre ad essere il riformatore del metodo degli Empirici con l’introduzione dell’Epilogismo, mirò anche a separare la sua setta dall’insieme dei ciarlatani con cui si era confusa, chiamando costoro “Tribonicos”. 
Theuta di Laodicea, che si adoperò più tardi in Roma a restituire alla Scuola Empirica la perduta dignità, dimostrò che il “passaggio ai simili” era un’esperienza razionale e ponderata, e che il tripode della Scuola non era da considerarsi come qualcosa di assoluto riguardo all’arte medica, ma come uno strumento dell’arte medesima. Egli divise la Medicina in semeiotica, terapeutica e igienica, e costituì tre classi di sintomi: “dignostivi”, “prenotivi” e “curativi”. L’opera di Theuta, intitolata “Introductorium” ebbe da Galeno un commentario, oggi perduto [14]

Valore della Scuola empirica, Alessandrina, e conclusione. (Secondo il Puccinotti) 

Non bisogna confondere gli Empirici della Scuola di Cos, quelli con i quali cominciò la detta Scuola con gli Empirici di Alessandria. Per gli Empirici di Cos il fatto primo della guarigione spontanea delle malattie [vis medicatrix della natura?] era un Principio certo al quale non rinunciarono mai. Gli Empirici di Alessandria, al contrario, partivano dal “dubbio”, e nessun altro principio avevano per guida. 
Dunque, Erofilo smarrì la filosofia induttiva d’Ippocrate e ripose la scienza sotto il “servaggio della filosofia aristotelica”. Erasistrato non perse di vista la filosofia ippocratica, ma ne esagerò la parte fisica e meccanica. Filino di Cos, allievo di Erofilo, e commentatore anche esso di Ippocrate, sgomentato dalla difficoltà degli argomenti medici, si lasciò sedurre dalla filosofia di Pirrone, e assoggettò a questa la medicina. La sua dottrina, benchè scettica, non escludeva come fenomeni evidenti, né la crisi né i giorni critici [teorie della medicina ippocratica]. Si può credere che il primo periodo della scuola empirica alessandrina, che diremmo greco, nono si allontanasse di molto dalla semplicità curativa di Ippocrate. 
Eraclide di Taranto, allievo di Mantìa, Erofileo, divise i primi empirici dai secondi, che vengono chiamati dal Puccinotti “sofisti” e “specificisti”. Gli Empirici, incalzati dalle opposizioni dei domatici, si convertirono in sofisti, cavillando sugli errori razionali altrui con una caterva di errori razionali propri. Quindi, la severità scettica dovette cominciare a piegarsi alle credenze terapeutiche le più strane e superstiziose. Afferma Puccinotti: si leggano la strana composizione intitolata “Enneapharmacum”, del Tarantino, riportata da Galeno nel libro degli antidoti; si leggano le sciocchezze da lui consigliate nei suoi libri d’agraria per ammazzare i topi dei granai, per rendere innocuo il morso degli animali velenosi; si leggano le sue ingarbugliate cure della frenite, della pleurite, dell’angina [15], e si vedrà il pro e il contro di questo Eraclide, del quale finora gli storici non ci hanno saputo dare che vaghi encomi, con poca verità e ancor minore esattezza. 
Serapione di Alessandria rappresentò completamente il nuovo carattere dell’Empirismo, cui aveva dato un impulso Eraclide di Taranto. La dialettica e la polemica, tanto in costui che in Menodoto e Glaucia, divennero “turpi enormezze”, e la esagerazione terapeutica fu forte, che sotto costoro avvenne “la fatale vittoria della farmacopea orientale sulla greca”, e le loro differenze rispetto a questa scuola si eclissarono per sempre. Rientrarono allora le “specifiche autorità di cervello di cammello, del presame di vitello marino, dello sterco di coccodrillo, del cuore di lepre, del sangue di testuggine, e dei testicoli di capro, di gallo e di cinghiale” [16]. Da questo pantano di fantasticherie sbucavano le famose Triache, e le celebrità mediche di due “imbecilli regnanti” Attalo Filometore e Mitridate Eupatore, e di “Cleopatras lussuriosa”, “nell’interpretare sogni, nell’uccidere malfattori per sperimentare veleni, e nel rivoltare sottosopra la innocente botanica per trovarvi il rimedio da non morire mai”. “L’Ambrosia” di Zopiro fu inventata per non far morire mai uno dei Tolomei. 
Da questo lato dello “specificismo” e del “crotofarmacismo” e “polifarmacismo” furono gli Empirici della seconda classe alleati con la terza classe di essi, che fu la più abietta, cioè dei puri mestieranti, senza scienza veruna. 
Tali due classi di Empirici si trasferirono a Roma, e colà eccitarono con i loro errori l’indignazione diTheuta di Laodicea, che tentò nel suo “Introductorium” di ricondurne la Scuola alle prime e pure istituzioni scettiche di Pirrone e Filino di Cos. 
Il Puccinotti è critico con gli empiristi. 

Io sto al fatto dice l’empirico: “malattia, rimedio dato, guarigione”. Se i tre elementi costitutivi di questo fatto fossero sempre essenziali al fatto stesso andrebbe tutto bene. Ma esiste in natura un altro fatto anteriore a questo, nel quale uno dei tre elementi non esiste più con il suo carattere artificiale: “malattia, rimedio non dato, guarigione”. Dunque, se togliendo la causa “rimedio non dato” si ha in molti casi l’effetto stesso non è più al rimedio attribuibile la guarigione. Fate qui il caso di differenti rimedi adoperati nel corso di una malattia acuta, oppure di rimedi composti, rami tutti o ramoscelli del mostruoso tronco detto Triaca, eppoi ditemi il valore che poteva avere presso gli Empirici il “criterio a juvantibus”, muovendo essi non dalla natura, ma subitaneamente e solamente dall’arte. 
Inutile, per il Puccinotti non è solo il criterio a juvantibus, ma anche quello dell’historicon, dal momento che non vi era un criterio per stabilire se le storie altrui erano vere o false. Come giungevano essi al “Piston” ossia dal “fide dignum”? Nel libro galenico “De Subfiguratione Empirica“, si narra di un caso di un paziente affetto da disperata Elefantiasi, cui fu dato da bere per farlo morire un fiasco di vino entro al quale era morta una vipera, e il malato invece guarì. La narrazione di questo episodio, per il Puccinotti è opportuna per far conoscere come, tanto i casi fortuiti, quanto quelli sperimentati, conducono all’errore, se la ragione, prima o dopo non accende il lume per giudicarne rettamente. 
Il medicamento, esclusa la natura, fu per essi il principio e lo strumento di ogni esperienza. La loro logica non ammetteva altra causalità dell’effetto del risanamento che la medicina “trangugiata”; non altra conclusione del “post hoc ergo propter hoc”. 
La malattia, insomma, per coloro che di cause remote non si “brigavano”, e di anatomia e fisiologia tanto meno, divenne puro avvenimento farmaceutico; uno “specificismo” immensamente dannoso e turpe per la scienza. 
Dunque, conclude il Puccinotti, l’esagerazione filosofica (Aristotelici, Dogmatici e Scettici) e l’esagerazione terapeutica (Empirici), rappresentata da un’arte non più condotta secondo natura, ma secondo le filosofie greche degenerate ed immerse nelle empiriche goffaggini delle farmacopee orientali. 



FONTI

[1] Adalberto Pazzini: “Storia dell’Arte Sanitaria” Minerva Medica, vol. I, pagg. 194-196
[2] Kurt Sprengel: Storia Prammatica della Medicina, seconda edizione italiana, 1840, pagg 381-392
[3] Introd. Inter. Galen. Opp. T. IV, pag. 371
[4] Galeno; de subfigur. Empir. cap 6. p. 64
[5] Galeno: de sectis ad introc. p. 10
[6] Cels. praef. pag. 6
[7] Galeno: de compos. medici. sec. gen. 1, II, pag. 351
[8] Francesco Puccinotti: Storia della Medicina, 1850, Vol. 1, pagg. 535-563
[9] Celio Aurelian. Chron. L. V. C. I
[10] Galeno; De comp. Medicam. P. L. L. VII
[11] Galeno; de Sectis ad eos qui introducuntur
[12] http://www.treccani.it/enciclopedia/eraclide-di-taranto_res-0433a8fe-86d6-11dc-9a1b-0016357eee51/
[13] Galeno: Comment. In Lib. De Med. Offic. C. I.
[14] Galeno: De Subfigurat. Empirica
[15] Galen. Antidot. L. II
[16] Vedi Celio Aurelian De Chron. Morb. L. I. C. IV; De Epilepsia

 

Articolo di Concetto De Luca (23/3/2014) 

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