Omotrapianto renale sulla coscia a Boston

ESPERIENZE DI OMOTRAPIANTO RENALE UMANO SULLA COSCIA

 

schema di innesto renale sulla coscia

Il ruolo dell’Ospedale ‘Peter Bent Brigham’ di Boston è stato di guida nella lotta all’insufficienza renale severa per tutto il corso degli anni quaranta e cinquanta del novecento. Il desiderio di patologi, clinici e chirurghi di sfruttare le conoscenze apprese nel campo della trapiantologia in tutto il corso di fine ottocento ed inizio secolo, al fine di innestare reni funzionanti su corpi di pazienti allo stadio terminale di insufficienza renale, era davvero forte. Ma oltre ai problemi tecnici chirurgici c’era quello irrisolto delle crisi di rigetto d’organo. Gli scienziati sapevano che il rischio di rigetto era molto inferiori nei gemelli, ma ciò riduceva molto il campo di applicabilità della tecnica di trapianto. Non tutti i pazienti allo stadio terminale di scompenso renale avevano un fratello gemello con un rene da offrire; e qualora l’avessero avuto c’era da superare il problema etico di operare ed espiantare una persona sana.


trapianti renali sulla coscia

esame radiologico con mezzo di contrasto in innesto renale sulla coscia

Qualche tentativo di trapiantare un terzo rene su malati uremici era già presente in letteratura (Voronoy 1936) e così, anche a Boston si decise di percorrere questo sentiero, in considerazione anche delle scarsa applicabilità del modello animale sulla.

Subito dopo la seconda guerra mondiale iniziò il programma di trapianti di renali sull’umano: la sperimentazione animale sembrava non dare adeguata affidabilità nell’uremia e la decisione di virare verso ‘cavie umane’ apparve irrinunciabile.

Nel 1945, Landsteiner (figlio di Karl, lo scopritore dei gruppi sanguigni) e Hufnagel, a Boston, eseguirono trapianto di rene in regione anterocubitale (lasciando in sede i due reni nativi malati) in una trentaseienne affetta da necrosi tubulare acuta.

Nei primi anni cinquanta, David Hume, J. P. Merrill, Benjamin F. Miller e Geroge W. Thorn, dei dipartimenti di Chirurgia e Clinica Medica della Harvard Medical School e del Peter Bent Brigham Hospital di Boston, pubblicarono una serie di lavori in cui descrissero una serie di otto casi clinici in cui avevano eseguito omotrapianto di reni, espiantati da pazienti appena deceduti ma anche da persone vive, in sede ectopica (parte superiore della coscia) mantenendo in sede i reni nativi malati. In tutti i casi furono eseguite delle anastomosi termino-terminali tra l’arteria femorale e l’arteria renale e tra la vena femorale e la vena renale. L’uretere fuoriusciva dalla coscia attraverso una piccola incisione sulla cute.


evoluzione del trapianto renale

raccolta delle urine da rene trapiantato sulla coscia

In uno di questi casi (paziente numero 4) la ricevente era una donna di 52 anni affetta da rene policistico ed uremia trapiantata il 26 maggio 1951. Il donatore era una persona affetta da Tetralogia di Fallot deceduto da 4 giorni dopo un intervento alla vena polmonare. Il tempo di ischemia renale fu di 200 minuti. La paziente sopravvisse per 107 giorni al trapianto ricevendo in questo periodo in un’occasione una procedura di emodialisi. L’esame radiologico in questione mostra un “pielogramma retrogrado di rene trapiantato all’83° giorno senza evidenza di ostruzione o distorsione di calici, pelvi o uretere”.

Il 23 dicembre 1954, al Peter Bent Brigham Hospital di Boston, l’equipe chirurgica guidata dal dr Joseph E. Murray eseguì il primo trapianto renale di successo in cui il donatore era gemello omozigote del ricevente. Il rene venne posizionato in loggia renale sostituendo quello nativo; il dr Murray, infatti, era riuscito a sviluppare sui cani la tecnica chirurgica di anastomosi vascolare intra-addominale di uretero-cistostomia per il drenaggio urinario.


FONTI:

 

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