Cicerone ed il suo De Natura Deorum

Marco Tullio Cicerone (106-43 ac)
ed il “De Natura Deorum” 

Ai tempi di Cicerone si erano già introdotti in Roma i libri greci dei filosofi e dei naturalisti. Cicerone fu uno dei primi “ad adoprare … un discernimento dell’utile e del vero … che fosse confacevole … alla grandezza delle virtù romane”.
Puccinotti dice che egli ci ha lasciato anche una descrizione del corpo umano, come parte della romana sapienza 
[1]. In esso il Puccinotti scorge

“un palladio inauguratore degli studi anatomici italiani … il primo modello di quella lingua anatomica latina, … della quale dovevansi poi valere sì nobilmente gli anatomici tutti, da Celso sino al Morgagni”.



CICERONE (Vol. II)
De Natura Deorum
Marco Tullio Cicerone
(A Cura di Nino Marinone, UTET Editore, stampato nel 1955)

La Natura degli Dei

 

Introduzione (pagg. 35-36) 

Il secondo libro è costituito dall’esposizione della dottrina stoica sulla natura degli dei fatta da Lucio Balbo. La trattazione è divisa in quattro parti: l’esistenza degli dei, la loro natura, la loro provvidenza nel governare il mondo, la loro provvidenza verso gli uomini. …
L’ordine mirabile della natura esclude ogni casualità di formazione: esaminando nei loro aspetti particolari la terra con gli animali e i vegetali, il mare con le infinite specie di pesci, e soprattutto il cielo con il mirabile aspetto del sole, della luna e dei pianeti e delle innumerevoli stelle, si ha la precisa nozione che solo una mente divina può governare un sì grande complesso.
Alla stessa conclusione porta l’osservazione del mondo animale e delle infinite varietà delle sue specie che si perpetuano mediante la legge di procreazione, eterna ed immutabile; e lo stesso si deve dire per il mondo vegetale. È evidente che tutto ciò è predisposto in funzione degli esseri dotati di ragione, cioè gli dei e l’uomo che è l’essere più perfetto sulla terra. Lo studio fisiologico del corpo umano nella sua struttura anatomica e nei congegni meravigliosi dei suoi organi è la prova più sicura per riconoscere il segno di una mente superiore che tutto dispone per un determinato fine (II, 73-153). Ammessa la tesi del finalismo, è facile giungere alla dimostrazione del quarto punto scendendo dal generale al particolare: se gli dei si curano dell’universo nel suo complesso, provvedono anche ai singoli individui, e fra questi soprattutto all’uomo che ne è l’espressione più perfetta. Quindi tutto l’universo è stato predisposto a beneficio dell’uomo …

La Natura degli Dei 
OPERA (pag. 491)
(Nella villa di Gaio Aurelio Cotta fra il 77 ed il 75 ac. Partecipanti alla discussione: Gaio Velleio, Gaio Aurelio Cotta, Quinto Lucio Balbo; Cicerone presenta come uditore.

Argomento:

  • PRIMO DIALOGO, Libro I: La dottrina epicurea sulla Natura degli Dei, esposta da Velleio e quindi confutata da Cotta secondo i principi Accademici.

  • SECONDO DIALOGO, Libri II-III: la dottrina stoica sulla Natura degli Dei, esposta da Balbo e quindi confutata da Cotta secondo i principi degli Accademici – testo incompleto) pag. 493

Cicerone - De Natura Deorum


Dal Libro II
cap. LIV (pag. 600) 

Sarà più facile capire che gli dei immortali hanno provveduto agli uomini, se si considera a fondo tutta quanta la struttura dell’uomo e tutta la configurazione e la perfezione della natura umana. [134]
Infatti, la vita degli esseri viventi è mantenuta da tre elementi: il cibo, la bevanda e il respiro; a compiere tutte le relative funzioni è perfettamente adatta la bocca. Con l’aggiunta delle narici essa viene favorita nella respirazione, e ai denti disposti nella bocca viene affidato il cibo e da essi viene sminuzzato e macinato. Di essi, quelli aguzzi posti davanti, dividono i bocconi con il morso, quelli all’interno, invece, chiamati molari lo riducono in briciole; e tale funzione sembra aiutata anche dalla lingua. [135]
Immediatamente dopo la lingua e attaccato alla sua base viene l’esofago, che è il primo posto dove scende ciò che è stato accettato dalla bocca. Esso tocca ai lati le tonsille e viene delimitato dall’estremità inferiore del palato: quando ha ricevuto il cibo sospinto e per così dire cacciato in basso per la mobilità e i movimenti della lingua, lo spinge in giù. E le sue parti inferiori a ciò che viene inghiottito si dilatano, mentre quelle superiori si contraggono. [136]
Ma c’è l’arteria aspra {la trachea, dal greco “τρακεια αρτηρια” = arteria aspra}, così viene chiamata dai medici: essa ha un’apertura congiunta alla base della lingua, poco al di sopra del punto in cui l’esofago si unisce alla lingua, e si estende fino ai polmoni e accoglie il fiato che viene introdotto con la respirazione e lo espira e rimanda dai polmoni. Essa è protetta come da un coperchietto {l’epiglottide, dal greco “Επιγλωττις” = sopra la glottide}, di cui è stata dotata allo scopo di evitare che la respirazione venga impedita se per caso qualche frammento di cibo va a cadere in essa. Il complesso del ventre {il termine comprende il ventre superiore o il ventricolo – il nostro stomaco – e il ventre inferiore o interno – il nostro intestino}, posto sotto all’esofago, il ricettacolo del cibo e della bevanda, mentre i polmoni e il cuore introducono il fiato dall’esterno; nel ventre si compiono funzioni meravigliose, risultanti presso a poco dai tendini. Esso è molteplice e tortuoso e rinserra e contiene ciò che riceve, sia asciutto che liquido, affinchè possa essere trasformato e digerito, e talora si restringe talora si allarga e condensa e mescola tutto ciò che accoglie, per rendere facile la distribuzione per il resto del corpo di ogni cosa, decomposta e digerita, sia mediante il calore che possiede in gran quantità sia mediante il trituramento del cibo sia inoltre mediante il fiato.

LV (pag. 601) 

Quanto ai polmoni, si riscontra in essi una porosità ed una mollezza simile a una spugna perfettamente idonea al assorbire il fiato: essi ora si contraggono nell’espirazione ora si dilatano nell’inspirazione, cosicché avviene una frequente introduzione di questo cibo fatto di soffio, di cui soprattutto si alimentano gli esseri viventi. [137]
È poi il ventre che separa dal restante cibo il succo da cui siamo alimentati {il chilo, dal greco “khylòs” = succo}: dagli intestini esso giunge al fegato attraverso certi canali che conducono direttamente dal mezzo dell’intestino fino alle porte del fegato (questo è il loro nome) – tali canali sono in comunicazione con il fegato e gli sono attaccati –; e di qui si estendono [per tutto il fegato] altri canali attraverso i quali scende il cibo dissolto dal fegato. Quando è avvenuta la separazione da questo cibo della bile e degli umori prodotti dai reni, il resto si trasforma in sangue e confluisce alle medesime porte del fegato a cui convergono tutti i vasi sanguigni. Scorrendo attraverso di esso, il cibo si riversa proprio in questo punto nella vena chiamata cava, attraverso la quale scorre al cuore già bell’e decomposto e digerito; dal cuore viene poi distribuito per tutto il corpo attraverso le vene che in un grandissimo numero si dirigono a tutte le parti del corpo. [138]
Quanto al modo in cui vengono espulsi i resti del cibo dall’intestino che ora si stringe ed ora si rilassa, non è certo difficile da spiegare; però conviene tralasciare, ed evitare che il discorso abbia qualche punto sgradevole. Si spieghi piuttosto quest’altro incredibile congegno della natura: il fiato che viene introdotto nei polmoni con la respirazione si riscalda anzitutto per la respirazione stessa, poi per il contatto con i polmoni, e di esso una parte viene rimandata respirando, una parte viene accolta in una parte de cuore che ha nome ventricolo del cuore, a cui è aggiunto un altro uguale in cui rifluisce il sangue dal fegato attraverso la vena cava. In tal modo queste parti realizzano la diffusione per tutto il corpo del sangue attraverso le vene, e dal fiato attraverso le arterie: le une e le altre, fitte e molto numerose, intessute per tutto il corpo, attestano un’incredibile perfezione di un’opera artistica e divina. [139]
E che dire delle ossa? Esse sostengono il corpo ed hanno connessioni mirabili adatte alla stabilità e appropriate a completare gli arti e al movimento e a tutta l’attività del corpo. Aggiungivi i tendini che tengono insieme gli arti, e il loro collegamento che si estende per tutto il corpo: essi come le vene e le arterie, derivando e partendo dal cuore, raggiungono ogni punto del corpo. 

LVI (pag. 602)
[140] 

A questa provvidenza della natura, così diligente e ingegnosa, si possono aggiungere molte altre osservazioni, che fanno comprendere che grandi ed eccellenti doni hanno fatto gli dei agli uomini. Essa anzitutto li sollevò da terra, li fece alti ed eretti, affinchè guardando il cielo potessero prendere coscienza degli dei. Gli uomini infatti appartengono alla terra non come abitanti e residenti, ma da essa sono per così dire spettatori delle cose superiori e celesti, il cui spettacolo non è dato a nessuna altra specie di essere viventi. I sensi, interpreti e messaggeri della realtà, sono stati fatti e collocati nel capo come in una roccaforte, in modo meraviglioso per il loro uso indispensabile. Difatti, gli occhi, come vedette, occupano il posto più alto, di dove possano adempiere alla loro funzione vedendo moltissime cose; [141] e le orecchie, dato che devono percepire il suono che per natura si leva in alto, hanno avuto la loro giusta collocazione nelle parti alte del corpo; e parimenti le narici sono giustamente in alto perchè ogni odore si muove verso l’alto, e non senza motivo si trovano in vicinanza della bocca, perchè il loro giudizio sul cibo e la bevanda è di grande importanza. Quanto al gusto, poiché doveva percepire le varie specie dei nostri alimenti, risiede in quella parte della bocca dove la natura ha aperto il passaggio ai cibi e alle bevande. Il tatto poi è uniformemente diffuso per tutto il corpo, cosicchè possiamo avvertire ogni urto ed ogni attacco eccessivo del freddo e del caldo. E come negli edifici gli architetti allontanano dagli occhi e dalle nari dei padroni lo scarico delle immondizie, che inevitabilmente deve avere qualcosa di ripugnante, così la natura ha relegato lontano dai sensi le funzioni analoghe. 

LVII (pag. 603)
[142] 

Ma quale artefice all’infuori della natura, di cui non esiste nulla di più scaltro, avrebbe potuto raggiungere così alto grado di abilità in merito ai sensi? Anzitutto essa rivestì e richiuse gli occhi in sottilissime membrane {la cornea}, e in primo luogo le fece trasparenti per rendere possibile la visione attraverso di esse, inoltre solide per dare loro stabilità. Ma fece gli occhi scorrevoli e mobili perchè potessero deviare nell’eventualità di qualche danno e riuscisse loro facile volgere lo sguardo dove volessero; e lo stesso organo che ci da l’acutezza visiva, chiamato pupilla, è così piccolo che evita facilmente tutto ciò che gli può nuocere; e le palpebre, che costituiscono il rivestimento degli occhi, sono morbidissime al tatto ad evitare che offendano la vista e perfettamente adatte a chiudere le pupille affinchè nella le sfiori e ad aprirle, e dalla provvidenza della natura tale funzione è stata congegnata in modo che può ripetersi con la massima rapidità. [143]
Le palpebre sono difese come da una palizzata di peli {le ciglia}: essi, quando gli occhi sono aperti, respingono tutto ciò che eventualmente vi urta, e quando si chiudono nel sonno, poiché non abbiamo bisogno di degli occhi per vedere, li fanno riposare come se fossero avviluppati. Questi inoltre stanno opportunamente nascosti e sono circondati da parti dappertutto sporgenti. Anzitutto la zona superiore ricoperta dalle sopracciglia trattiene il sudore che cola dal capo e dalla fronte; poi le guance li proteggono dalla parte inferiore essendo loro sottoposte e leggermente sporgenti; e il naso è collocato in modo che sembra come un muro frapposto agli occhi. [144]
Quanto all’udito, è sempre aperto alla sua funzione, poiché abbiamo bisogno di questo senso anche mentre dormiamo: quando esso riceve un suono, siamo svegliati anche dal sonno. Ha un percorso tortuoso, ad evitare che possa entrare qualcosa nel caso che avesse un’apertura semplice e diretta; è stato pure provveduto che, se qualche bestiolina cercasse di entrarvi, restasse impigliata nel cerume e nelle orecchie come se fosse invischiata. All’esterno si sporgono quelle che si chiamano orecchie, fatte per proteggere e mettere al sicuro il senso dell’udito. Ma hanno un ingresso duro, come se fosse di corno, e con molte sinuosità, perchè il suono ripercuotendosi in questi elementi viene amplificato; perciò negli strumenti a corda si ottiene la risonanza con una cassa foggiata come un guscio di tartaruga o con dei bracci a forma di corno {nel primo caso la cetra, nel secondo la lira}, e i luoghi tortuosi e chiusi rimandano i suoni rinforzati. [145]
Similmente le narici, che rimangono sempre aperte per gli usi necessari, hanno un ingresso alquanto ristretto, ad evitare che possa penetrare in esse qualcosa di nocivo; e hanno sempre un’umidità non inutile a tenere la polvere e molte altre cose. Il gusto è protetto ottimamente: è rinchiuso nella bocca in modo adatto all’uso e alla preservazione della sua incolumità.
 

LVIII (pag. 605) 

Tutti i sensi dell’uomo sono molto superiori ai sensi delle bestie. Anzitutto gli occhi distinguono molti particolari con alquanta precisione nelle arti a cui giudizio spetta alla vista, come la pittura, la scultura e il lavoro di cesello, anche nel movimento e nel gesto del corpo, anche per i colori e le forme gli occhi sono giudici della loro bellezza, grazia e disposizione e, per così dire, della loro convenienza, e così pure di altri doti più importanti: riconoscono infatti le virtù e i vizi, riconoscono se uno è adirato o propizio, lieto o addolorato, coraggioso o vile, audace o pauroso. [146]
Parimenti le orecchie sono dotate di un giudizio mirabile o artistico, con cui giudicano nelle melodie della voce e degli strumenti a fiato e a corda la varietà dei suoni, i loro intervalli, il ritmo e gli svariati toni della melodia, chiaro e cupo, dolce e aspro, grave e acuto, modulato e sgraziato, che sono giudicati soltanto dalle orecchie degli uomini.
Parimenti hanno notevoli facoltà di giudizio ed olfatto, il gusto ed in certa parte il tatto. Per stuzzicare questi sensi ed usufruirne sono state scoperte più arti di quanto vorrei; è infatti evidente lo scopo a cui mirano le ricette dei profumi, i condimenti dei cibi, le attrattive del corpo.
 

LIX (pag. 605) 

Chi poi non si avvede che l’anima stessa e la mente dell’uomo, la ragione, la riflessione, l’assennatezza hanno avuto la loro perfetta attuazione di una cura divina, a mio parere è privo di queste stesse doti. Per discutere di questo argomento, vorrei che tu mi dessi la tua eloquenza, o Cotta. Che esposizione ne avresti fatto tu! Anzitutto avresti trattato della nostra intelligenza, poi della nostra facoltà di connettere le conseguenze con le premesse e operarne una sintesi: di qui naturalmente noi giudichiamo gli effetti di ciascun fenomeno, li raccogliamo in una conclusione razionale, ne diamo le singole definizioni e ne abbiamo una comprensione precisa; di qui si capisce qual è il sapere e il suo valore, di cui non vi è nulla di superiore neppure in dio. E quanto sono importanti quei concetti che voi Accademici infirmate e abolite, perchè noi abbiamo di ciò che è esterno una percezione e una cognizione sia con i sensi che con l’anima! [148]
In seguito al loro confronto e paragone reciproco produciamo pure le arti, in parte necessaria alla pratica della vita e in parte al diletto. In quanto alla padrona del mondo – come voi solete chiamarla – la forza dell’eloquenza, quanto è illustre e divina! Anzitutto essa ci offre la possibilità di imparare ciò che ignoriamo e di insegnare agli altri ciò che sappiamo; poi serve ad esortare, a persuadere, a consolare gli afflitti, a distogliere dalla paura gli atterriti, a calmare gli esaltati, a spegnere le cupidigie e le collere: fu essa a legarci con il vincolo sociale del diritto, delle leggi, delle città, ad allontanarci dalla vita brutale e selvaggia. [149]
È incredibile, se non farai bene attenzione, quanto lavoro abbia dedicato la natura all’uso del discorso. Anzitutto c’è la trachea, che mette in comunicazione i polmoni con l’interno della bocca: essa permette la percezione e l’emissione della voce, che ha origine dalla mente. Poi nella bocca è situata la lingua, delimitata dai denti: essa foggia e limita l’emissione inarticolata della voce, e rende il suono della voce distinto ed articolato, in quanto batte contro i denti e le altre parti della bocca; pertanto la lingua viene dalle nostre parti paragonata al plettro, i denti alle corde, le narici a quei bracci che danno risonanza alle corde nella melodia.
 

LX [150] (pag. 606) 

Ma quanto sono adatte e di quante arti sono esecutrici le mani che la natura ha dato all’uomo! Difatti contrarre le dita è facile, e facile è distenderle per l’elasticità delle giunture, e l’arto non trova difficoltà in nessun movimento. Pertanto la mano, mediante il movimento delle dita è idonea a dipingere, a plasmare, a incidere, a trarre suoni dagli strumenti a corda e a fiato. E tutto ciò si riferisce al diletto, quest’altro invece alla necessità: voglio dire la coltivazione dei campi e la costruzione delle dimore, i vestiti per il corpo, sia tessuti che cuciti, e tutta la lavorazione del bronzo e del ferro; di qui si capisce che noi, applicando le mani degli artefici alle invenzioni dell’anima e alle percezioni dei sensi, abbiamo ottenuto tutto ciò che ci da la possibilità di essere riparati, vestiti, sani e salvi, e di avere città, mura, case e templi. [151] Inoltre, con i lavori dell’uomo, cioè con le mani, si trovano anche la varietà e l’abbondanza del cibo. Giacché i campi, sollecitati dalla mano, danno molti prodotti di immediato consumo o destinati a lunga conservazione, ed inoltre ci cibiamo di animali sia terrestri che acquatici e di volatili in parte catturandoli e in parte allevandoli. Effettuiamo anche i trasporti mediante i quadrupedi da noi domati, la cui velocità e forza conferisce a noi pure forza e velocità. A certe bestie imponiamo la soma o il giogo; sfruttiamo per nostra utilità i sensi acutissimi degli elefanti o il fiuto dei cani; estraiamo dal sottosuolo il ferro, metallo necessario per la coltivazione dei campi, scopriamo i filoni di rame, di argento e di oro nascosti in profondità, metalli sia utili che decorativi. Usiamo poi gli alberi abbattuti e ogni legname sia coltivato che boschivo in parte appiccandovi il fuoco per riscaldarci il corpo e per rammollire il cibo, in parte per innalzare edifici allo scopo di difenderci dal freddo e dal caldo riparati da un tetto; [152] ma il legname è pure di grande utilità per la fabbricazione delle navi, che percorrendo i mari ci forniscono da ogni parte tutte le provviste per vivere, e noi soli siamo in grado di domare gli elementi che la natura ha dotato della massima violenza, come il mare e i venti, in forza della scienza nautica, e sfruttiamo e usiamo moltissimo il mare. Parimenti è in possesso dell’uomo ogni dominio dei vantaggi della terra: noi sfruttiamo le pianure e le montagne, sono nostri i fiumi e i laghi, seminiamo le messi e gli alberi, diamo fertilità ai terreni irrigandoli, arginiamo i fiumi, ne rettifichiamo o ne spostiamo il corso, insomma con le nostre mani cerchiamo di realizzare nel mondo naturale direi quasi una seconda natura. 

LXI [153] (pag. 608) 

Ma come! La ragione umana non penetrò fino in cielo? Effettivamente noi solo fra gli esseri viventi abbiamo notizie del sorgere e del tramontare delle stelle e delle loro orbite, fu il genere umano a determinare il giorno, il mese e l’anno, a conoscere le eclissi di sole e di luna e a predirne per tutto l’avvenire l’entità, la grandezza e la data. In questa osservazione l’anima si accosta alla conoscenza degli dei: da essa ha origine la devozione, e ad essa sono congiunte la giustizia e le rimanenti virtù, da cui scaturisce una felicità di vita uguale e simile a quella degli dei, in nulla inferiore ai Celesti se non nell’immortalità, che non è affatto in relazione con il vivere bene.
Con questa esposizione mi pare di avere dimostrato abbastanza quanto la natura umana è superiore a tutti gli esseri viventi. Da ciò si deve capire che il caso non ha potuto produrre né la configurazione e la disposizione delle membra né un tale vigore dell’ingegno e della mente.
[154] Resta che io dimostri, e giunga alfine alla perorazione, che tutto quanto si trova in questo mondo, di cui gli uomini si servono, è stato fatto e predisposto per l’uomo.
 

LXII (pag. 608) 

Anzitutto il mondo stesso è stato fatto per gli dei e per gli uomini, e tutto quanto si trova in esso è stato predisposto e concepito nell’interesse degli uomini. Difatti il mondo è per così dire la casa comune degli dei e degli uomini oppure la città di entrambi; giacchè essendo i soli dotati di ragione vivono secondo il diritto e la legge. Dunque, come si deve ritenere che Atene e Sparta sono state fondate per gli Ateniesi e gli Spartani ed è giusto dire che tutto quanto si trova in queste città è di tali popoli, così qualunque cosa esiste in tutto il mondo si deve ritenere degli dei e degli uomini. [155] Del resto, i giri del sole e della luna e delle altre stelle, per quanto siano anche in relazione con la coesione del mondo, purtuttavia offrono uno spettacolo agli uomini: nessuna visione è meno tediosa, nessuna più bella e superiore per l’intelligenza e l’ingegnosità; calcolando le orbite degli astri abbiamo avuto nozione del corso delle stagioni, delle loro varietà e cambiamenti: se tutto ciò è noto soltanto agli uomini, si deve giudicare che è stato fatto per gli uomini. [156] E la terra, feconda di messi e di legumi di varia specie che produce con la massima generosità, sembra generare ciò per le bestie o per gli uomini? E che dire delle viti e degli uliveti? I loro frutti abbondanti e rigogliosi non riguardano affatto gli animali; le bestie infatti non hanno alcuna scienza per seminare né per coltivare né per mietere e raccogliere i frutti a tempo opportuno né per riporli e conservarli: di tutto ciò è l’uomo che ha uso e cura. 


Fonti: 

[1] Francesco Puccinotti (“Storia della Medicina, 1850, Libro IV, cap. VII)
[2] “De Natura Deorum” Marco Tullio Cicerone (A Cura di Nino Marinone, UTET Editore, stampato nel 1955)

(di Concetto De Luca – 25/6/2014)


Cicerone denuncia Catilina in Senato (Cesare Maccari, 1880 ca)
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