Asclepio (Esculapio) 

Fu probabilmente un personaggio reale vissuto durante il periodo della guerra di Troia, principe della Tessaglia, noto per medicare ferite “non solo ferite” come cita Plinio [1].
Fu marito di Epione, dea del sollievo al dolore. Dopo la sua morte, i figli Polidario Macaone, anche loro medici e lodati in Omero, eressero un’ara votiva diventandone i sacerdoti. Emile Littrè, nella sua opera di traduzione completa dell’opera ippocratica (1839-1861) in lingua francese, racconta che secondo la mitologia Macaone diffuse il culto di Asclepio nel Peloponneso e Polidario in Asia Minore.
Gli vennero attribuiti come figli anche Igiea (la salute), Panacea (che aveva la capacità di guarire tutti i mali), Iaso (che provocava le malattie), Egle (madre delle grazie) [2] e Akreso. La fama di Asclepio si estese al punto che il suo culto da privato divenne pubblico e la sua discendenza formò una sorta di casta di medici-sacerdoti. 
Il suo culto si fuse con quello del dio Apollo (dio della medicina e della malattia secondo il concetto sacrale che il dio guaritore era anche la causa della malattia che veniva curata). Secondo Pindaro, Asclepio era figlio di Apollo e Coronide (figlia di Flegias) che lo tradì con uno straniero. In questo modo al seme di Apollo si aggiunse quello di uno straniero. Apollo, informato del tradimento da un corvo uccise Coronide e ne estrasse il corpo ancora vivo del piccolo Asclepio (un caso di parto cesareo). Apollo quindi lo affidò al centauro Chirone il quale, espertissimo di medicina e piante medicinali, lo educò nell’arte dei “semplici” [3].
Asclepio superò in fama il maestro, e secondo il mito arrivò anche a resuscitare i morti fino al punto da essere fulminato da Zeus in persona dopo che riportò alla vita (dietro pagamento) Ippolito morto divorato dai propri cavalli. Nonostante ciò il suo mito non si spense e gli abitanti di Epidauro cominciarono a venerarlo come un dio rappresentandolo come un bell’uomo barbuto (inizialmente di giovane età e imberbe) avente il capo cinto d’alloro, il corpo ricoperto di un manto e con in mano una verga, il caducèo, cui era avvinghiato un serpente, simbolo del suo potere guaritore.
Platone ci racconta nel “Fedone” la morte del filosofo suo maestro Socrate che, dopo aver bevuto la cicuta, prega gli amici di sacrificare in suo onore un gallo ad dio Asclepio:

E già la parte inferiore del ventre veniva ormai raffreddandosi, quando si scoperse il volto che già era stato coperto e disse ancora queste parole (le ultime da lui pronunciate): Oh Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio; dateglielo, e cercate di non dimenticarvene“. 


Il suo culto arrivò da Epidauro si diffuse nelle isole dell’Egeo ed in Asia Minore fino a raggiungere Roma. Si stima che vennero eretti oltre 200 tempi in tutta l’Ellade.
Secondo Littrè questi templi divennero delle scuole mediche poco primo dell’acme di Ippocrate. Le scuole più celebri furono quelle di Rodi, Cirene (che si eclissarono in breve senza lasciare tracce) e, soprattutto, Cos e Cnido.
I latini lo venerano con il nome di Esculapio ed il suo culto si aggiunse a quello delle divinità locali Strenua, Salus, Cardea e Febris fino a soppiantarlo. Il tempio a lui dedicato venne costruito sull’isola tiberina intorno al 290 ac. 
Dalla famiglia dei discendenti di Asclepio sarebbe nato Ippocrate nel 460 ac, e precisamente nella diciottesima generazione. 

 

FONTI 


[1] Adalberto Pazzini: “Storia dell’Arte Sanitaria (dalle origini ad oggi)”; Edizioni Minerva Medica 1973; pag. 62
[2] Old Mythology
[3] Luciano Sterpellone: “Dagli Dei al Dna”; Antonio Delfino Editore, 1989, pagg. 167-171

Autore: Dott. Concetto De Luca (28/10/2010) 

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