Asclepiade di Bitinia

Asclepiade di Bitinia

Asclepiade visto dal Pazzini

La fase pre-galenica della “Medicina Romana” comprende quasi due secoli di vita, che sono racchiusi dalla venuta in Roma di Asclepiade di Bitinia e la fioritura di Galeno.
In questo periodo si ha l’istituzione e lo sviluppo delle scuole, il diffondersi del cosiddetto enciclopedismo, che ebbe tra i migliori esponenti Celso e Plinio, nonché la prosecuzione degli studi anatomici già visti in auge nell’epoca alessandrina.
Il dottrinario medico che ebbe vita in epoca romana fu tra i più interessanti, a parere del Pazzini, per il significato che assunse nell’evoluzione del pensiero medico.
Per la prima volta, infatti, si delinea una netta reazione anti-ippocratica: contro l’umoralismo, infatti, si afferma, un’altra dottrina che, pur non essendo all’altezza dell’universalità del pensiero ippocratico, mostra una sua parte di vero intuito, ancora non dimostrabile, ma che prenderà spazio con il maturare delle scienze mediche: il solidismo.
Il solidismo, facendo vergere l’attenzione del medico sulla costituzione della materia, fa pensare che anche in essa, oltre che in un’alterata crasi ematica, possa consistere la causa della malattia.
Già delineata in epoca alessandrina, l’interpretazione solidistica della malattia e la circoscrizione della sua attività al ristretto campo del tessuto, riprende vita nella concezione di Asclepiade di Bitinia, vissuto ed emerso in Roma nel I secolo ac, ispiratore della scuola metodica che riconosce in Temisone il proprio fondatore.

Asclepiade di Bitinia
 rappresenta il primo esponente vero e proprio della medicina in Roma, di importazione ellenistica. A lui si riconnette il principio, nuovo nella medicina, dell’atomismo, l’applicazione alle leggi biologiche e fisiopatologiche di una dottrina filosofica fino allora rimasta nel campo delle speculazioni astratte. 
Egli nacque a Prusa, in Bitinia, nel 124 ac. Studiò prima a Pario, poi Atene, quindi ad Alessandria. Dopo aver vagato per parecchi luoghi del bacino del mediterraneo, giunse a Roma dove si fermò definitivamente, acquistando larga fama.
A Roma giunse all’epoca del proconsolato di Pompeo e vi giunse piuttosto come retore che come medico, poiché, oltre alla medicina aveva studiato anche retorica.
Nel capitolo III del XXVI libro della sua “
Historia”, Plinio afferma che Asclepiade, arrivato a Roma al tempo di Pompeo Magno, come maestro di retorica, non guadagnando molto in quell’arte, si rivolse a quella medica.
L’origine della sua grande notorietà risale ad un fatto che presenta molte incognite per la sua veridicità, così come è stato tramandato ne racconto che ne fa 
Lucio Apuleio nel “L’Asino d’Oro”:


“un giorno, passeggiando per la Via Sacra, s’imbatté in un corteo funebre. I portatori, stanchi, avevano deposto il feretro sul ciglio della strada, proprio nel momento in cui passava Asclepiade. Questi, fermatosi incuriosito, guardò il cadavere, interrogò i parenti e poco soddisfatto delle risposte, cominciò tra sé a dubitare della morte del soggetto. Persuasi i parenti e gli amici a sospendere le cerimonie funebri, Asclepiade fece portare il supposto cadavere in una casa vicina dove, accertatosi dello stato di morte apparente, potè in breve richiamare segni evidenti di vita in colui che tutti avevano pianto per morto.” 


Amico dei principali personaggi della città, quali Marco Antonio, Crasso, Cicerone ed altri, la sua fama fu veramente quella di un grande scienziato e maestro.
Fu anche fondatore di una scuola, che non fu quella dei Metodici fondata da Temisone di Laodicea, sotto la sua ispirazione, ma che fu parimenti famosa ai suoi tempi.
Stefano di Bisanzio [autore del VI secolo dc di un lessico geografico; L’opera di Stefano era ricca anche di notizie letterarie, storiche e grammaticali. (da Treccani.it)] lo nomina con onore citando, parimenti i suoi maggiori discepoli: Filonide di Durazzo, autore di 45 libri; Tito Aufidio, siciliano, di cui Celio Aureliano riporta parecchie cure riguardo alla “peripneumonia” e alle malattie mentali; Marco Artorio, amico di Augusto e autore di un’opera sull’idrofobia; Clodio, studioso del tetano;Nicerato, che si occupò della catalessi. Fu allievo di Asclepiade anche il poeta Lucrezio che, nel suo “De Rerum Natura”, si attiene al dottrinario del maestro.

L’opera di Asclepiade ci è pervenuta frazionaria, attraverso citazioni e riferimenti riportati da vari autori. È noto che scrisse un’opera intitolata “Peri stoikeion” (Sugli Elementi), oggi perduta, nella quale pose i frammenti d quella dottrina che da lui doveva prendere origine.
In quell’epoca, l’epicureismo teneva campo nella mentalità della classe culturale romana. Nella sua parte fisica, l’epicureismo si basava sulla dottrina atomistica dei più celebri Democrito e Leucippo e del meno noto Eracleide da Ponto (340 ac).
Su questa concezione Asclepiade fondò la propria dottrina medica, dottrina che formò la base della scuola metodica.

Dunque, secondo Asclepiade, la materia è formata da atomi di diversa grandezza che, unendosi, lasciano tra loro dei pori attraverso i quali si muovono gli altri atomi, e dal movimento, regolare o no, degli atomi dentro i pori.
All’interno di questo assunto solidistico si colloca il concetto di “proporzione”: quando la proporzione tra atomi è perfetta e il movimento tra loro si compie in modo regolare, si ha lo “stato di salute”; al contrario, in assenza di proporzione, si ha “lo stato di malattia”.
Parimenti, partendo da questo concetto, Asclepiade giudicava che il principio della natura guaritrice fosse errato, dal momento che la natura nulla poteva fare per restringere o allargare i pori che erano causa della malattia. Per le stesse ragioni egli negò qualunque valore alla teoria dei giorni critici.
In tal modo egli si schierò nettamente contrario ad Ippocrate, che chiamava meditatore della morte, appunto perchè aspettava dalla natura la guarigione, cosa che secondo lui non poteva avvenire.

Il giudizio degli antichi su questo medico è discorde. Seneca affermò che tre sono le scuole mediche più insigni: quella di Ippocrate, quella di Asclepiade e quella di Temisone, che fu una diretta emanazione della seconda.
Asclepiade, sostiene il Pazzini, è l’espressione precoce della aspirazione scientifica a ritrovare una legge meccanica, unica, che spieghi i fenomeni di salute e di malattia; è l’aspirazione di colui che cerca di rendersi conto dei fatti in una maniera che gli permetta di staccarsi dal cieco empirismo.
Nel suo metodo si dava molta importanza all’osservazione dei fatti. Egli diede grande importanza alla “terapia fisica”: infatti, se la malattia era da considerarsi un’alterazione della costituzione della sostanza, fisici dovevano essere anche i mezzi per ricondurre in essa lo stato di sanità. Egli “elevò al rango di terapia” l’idroterapia, i massaggi, le unzioni, la ginnastica, le passeggiate, e perfino il dondolamento nelle amache. Tutto ciò, sebbene noto anche da prima, entrò a far parte di un vero e proprio dottrinario che ne giustificava e disciplinava l’attuazione.

Dal pensiero medico di Asclepiade di Bitinia si forma la scuola metodica di Temisone di Laodicea (50 ac).
Se Asclepiade di Bitinia può essere considerato l’ispiratore della scuola metodica per averne posto le basi dottrinarie, Temisone di Laodicea dette un “metodo” a quelle idee che, per l’attuazione pratica erano forse troppo vaghe e inattuabili: di qui il nome di metodica a quella scuola. Temisone, nato a Laodicea, fu allievo di Asclepiade. Alla morte del maestro egli volle fondare una scuola propria che fosse continuazione del suo pensiero e avesse nello stesso tempo maggiore impronta medica. 
[1] 



Asclepiade visto dal Puccinotti (1850 circa)

Afferma il Puccinotti [2] che con Asclepiade di Bitinia si sarebbe potuto creare “il saggio innesto della medicina etrusco-romana con quella greco-alessandrina che avrebbe potuto attraversare degnamente i secoli del romano impero”.
“Ma era destino”, lamenta il Puccinotti, “che la scienza della salute seguisse la corruzione degli animi e della cosa pubblica.”
Così, mentre Asclepiade rifiutava gli inviti di 
Mitridate e cercava di allontanarlo dalle false credenze della medicina degli antidoti [vedere la Scuola Empirica ed con il suo “tripode alessandrino” e gli antidotari], Pompeo Magno, entrato vincente nella reggia di costui, trovò le “ricette di quelle arcane composizioni farmaceutiche” e le fa tradurre da un suo liberto, Leneo, “per diffondere questo germe di orientale corruzione nella medicina della sua patria”.
Poco dopo, Augusto, contornato da quattro medici, 
ValgioArtorioDemocrate Antonio Musa, rende celebre la “Triaca” di Democrate per l’uso che ne faceva.
Nerone se la faceva preparare dal suo medico 
Andromaco. E anche i successivi imperatori si facevano custodire “entro alla sua reggia tutti quei portentosi farmachi stranieri”.
Per cui, “a cagione dell’orientalismo introdotto”, anche la medicina di Asclepiade era stata travolta dal torrente di queste “magiche vanità introdottesi in Roma”.

Asclepiade nacque a Prusa in Bitinia, studiò alle scienze filosofiche in Atene sotto quell’Antioco Ascalonita, che era stato intorno al 675 ab urbe condita (78 ac) maestro di Cicerone, ed apprese la Medicina in Alessandria.
Da Alessandria si recò a Roma, e benchè giovanissimo piacque molto come medico dotto al console Lucio Licinio Crasso, del quale fu al contempo medico e amico.
Puccinotti, a differenza del Cocchi [3], fa risalire la cacciata da Roma di Arcagato, quel medico “che vi fece di sé la mala prova”, nel 535 ab urbe condita, l’ingresso di Asclepiade intorno al 684 ab urbe condita, ai tempi della seconda guerra Mitridatica, la morte di Asclepiade a 90 anni, intorno al 750 anno dalla fondazione di Roma, 40 anni dopo quella di Cicerone [Cicerone morì nel 43 ac]. Quindi Asclepiade, secondo il Puccinotti, sarebbe nato nel 93 ac e morto nel 3 ac circa.
Quali fossero i maestri e le scuole, in Alessandria, presso cui si esercitò, è ignoto. Probabilmente egli le conobbe tutte e, successivamente, si volse ai libri ippocratici, che più tardi commenterà, ed all’esercizio della chirurgia, avendo egli stesso lasciato testimonianza di averla praticata in Paro e nell’Ellesponto prima di andare a Roma.
Galeno ed Eroziano attestano che egli commentò fra i libri del “ Codice di Coo” il trattato “De Medici Officina”, mentre lo stesso Eroziano e Celio Aureliano citano un altro libro di suoi commenti agli “Aforismi”, intitolato “Explanatorium”. Certo è che egli contrastò gli autori dei vari libri del “Codice Ippocratico”, anche se di Ippocrate rispettò grandemente le opinioni espresse nei libri chirurgici. Galeno così riporta un frammento: Le ossa si dislocano, dice il medico di Bitinia, senza causa apparente per l’azione di croniche malattie. Ippocrate lo insegna nel suo “Trattato delle Articolazioni”.
Dunque Asclepiade entrò in Roma più chirurgo che medico, o comunque non deciso “nel sentiero patologico che voleva percorrere”.
Sostiene il Puccinotti che egli cominciò dall’osservare quale fosse la Medicina che trovò in Roma e la vide di due aspetti: 1) l’una adattata alle qualità del cielo e del suolo romano, derivata specialmente dalle malattie endemiche e dalla forme consecutive che andavano assumendo nel loro passaggio dallo stato febbrile al cronico, tutta confacente alla filosofia pratica dei romani; 2) l’altra sovraccarica di tensioni filosofiche Erofilee e di credenze goffe e superstiziose della terapeutica Empirica.

Il punto di partenza di Asclepiade per giungere alla sua teoria dei morbi, e della preservazione di essi, e della loro cura, furono i fatti che in abbondanza si presentavano in Roma le febbri intermittenti. Vedendo la costanza nel periodo di queste febbri trasse le principali idee della sua Patologia.
Il periodo “terzenario” costituì per Asclepiade una legge che egli chiamò di necessità, e il corso delle sue applicazioni terapeutiche era anch’esso assoggettato a questa legge, ed egli ed i suoi seguaci furono perciò chiamati “ditritarj”.
Il movimento febbrile con la sua parabola di freddo, caldo e sudore gli suggerì il concetto dello stringimento dei pori o meati, e del loro alterno dilatarsi, e della loro consecutiva evaporazione della materia organica febbrile, che costituirono il nucleo morboso (detto “febris”), mentre la causa fu da lui chiamata “sinectice” e il moto febbrile “febricitato”.
E da questa evaporazione derivò pure il pensiero che aprì il varco allateoria corpuscolare della sua fisiologia, cioè il continuo disfacimento del corpo umano per le particelle che ne traspirano, tale che esso non rimane mai esattamente il medesimo.
Asclepiade creò il concetto patologico di “
enstasis” o “sinistasis” (ostruzione) dei corpiccioli o molecole entro i meati organici, che dalle febbri periodiche fu esteso a tutte le febbri [4]. E qui, afferma Puccinotti, egli si avvicinò grandemente alla “Paremptosis” di Erasistrato.
Cercando di migliorare le teorie di Erasistrato, Asclepiade legò le patologie del periodo stesso delle febbri alla maggiore o minore sottigliezza dei corpiccioli ostruenti nelle febbri quotidiane, terzane o quartane.
La forma anatomica, detta “synectica”, ossia essenziale alle febbri, avendola vista anche nelle malattie croniche successive a quelle periodiche nelle “idropi”, la utilizzò per distinguere le idropi febbrili dalle non febbrili, e se la “enstasis” era applicabile alle prime, non lo era ugualmente alle seconde.
Nelle quali seconde, mancando appunto il moto febbrile, i “corpuscula manantia” non erano eliminati al di fuori, e viziavano le secrezioni, non essendo più le loro figure in proporzione coi meati secernenti degli organi.
E questa pure fu ipotesi di 
Erasistrato in Fisiologia, trasportata da Asclepiade nel secondo rango delle cause synectiche dei morbi da viziate secrezioni. Le quali, insieme con i viziati umori o in quantità o in qualità erano sempre per Asclepiade fenomeni secondari, e dipendenti da alterazioni meccaniche primitive.
E qui egli si discostò e si oppose all’idea di Erasistrato intorno alla plenitudo e alla pletora, dall’Alessandrino riguardate come fenomeni causali e primi di malattie. A questi due sommi generi di morbi della sua Patologia, Asclepiade ne aggiunse un terzo, che non si discostava nè dalla enstasis, nè dalla viziata secrezione, ma solamente gli appariva come prima causa un moto accresciuto nella contrazione del sistema nervoso muscolare. Erano questi gli spasmi o tonici o clonici, o i tremiti o alcune altre neurosi. Le quali condizioni, significanti un costringimento nei meati, ne avveniva l’impedita eliminazione dei corpiccioli più sottili (
leptomenes) propri del sistema nervoso e muscolare, e quindi la enstasis di essi. Ed in questi e in altri consimili casi egli riguardava la Febbre come un sanitario provvedimento, atta cioè a cambiare la forma del moto nei pori dei nervi, e dar adito così a corpiccioli stagnanti, e ristabilire (noi diremmo) la confluenza interrotta delle azioni dei due sistemi sanguigno e nervoso.
La cause costante delle malattie vernacole [infettive diremmo oggi], quel miasma paludoso che Lucrezio e Varrone avevano già riguardato innanzi come “nembi di seminii” o “sciami di animaletti indiscernibili che dalla pelle e dalle vie della respirazione entravano ne’ corpi e producevano le febbri”, fu l’ipotesi che affezionò Asclepiade al concetto, che oltre all’organismo bucherellato universalmente da infiniti numeri di meati o pori vi fosse poi una materia che li riempisse costituita da altrettanti minutissimi corpiccioli o molecole. Onda elevatosi in seguito col pensiero ad una quantità che comprendesse tutta la natura, suppose questa egualmente una “sincrasis” [una sorta di raggiungimento di equilibrio] della medesime molecole e di spazi vuoti, che incessantemente moventisi, e permutantesi nelle loro figure, formassero i vari corpi di che era piano il mondo.
Secondo il Puccinotti, molti hanno confuso i corpiccioli di Asclepiade con gli atomi di Democrito e di Epicuro; ma mentre questi erano “un non so che” di inalterabile e di impassibile, le molecole di Asclepiade erano invece alterabili a mutabili (
patéti), e sebbene potessero raffinarsi sino a rendersi impercettibili, chiamate allora leptomenes, non perdevano pertanto giammai la loro alterabilità. Cosicché nel pensiero di Asclepiade vi è piuttosto raffigurato quello di Platone che immagina le geometriche figure dei corpiccioli primigeni della materia, anziché l’altro degli atomi amorfi di Epicuro.
Prosegue il Puccinotti. E di fatto, mirando Asclepiade a conseguire la stima dei romani i più saggi del suo tempo Crasso, Scevola, Cicerone e di altri similmente ragguardevoli consoli e senatori, è egli presumibile, che, accortissimo come è fama che egli fosse, volesse venir fuori con una filosofia, che tutti cotesti grandi Catoniani vituperavano? Se io fossi un uomo di lettere non mi sarebbe difficile di provare che gli storici si sono egualmente ingannati, dichiarando Lucrezio Caro per un “Atomista”; mentre il principio rettore del poema 
De rerum natura, dedicato a Venere genitrice, è piuttosto un “Pangermismo” che un atomismo; “imperocchè quei seminii quei germi” di che vi si suppone pieno l’universo è idea tutta romana, facile a dilatarsi qual principio di Fisica generate nella mente d’un popolo agricolture.
[Il Puccinotti sembra quasi affermare che secondo Asclepiade la materia sarebbe costituita da “germi” piuttosto che da atomi]
Si mostra poi di aver poco addentro penetrate nella filosofia degli antichi, chiunque ogni volta che incontra in quella la materialità dell’anima, crede che vi stia subito accanto l’Epicureismo.
In Fisiologia la teorica corpuscolare di Asclepiade, respingendo tutta l’arbitraria caterva delle forze Aristoteliche, non ne ammise che una inerente alle sue molecole: “
vim in semet mutationis habentia” [5]. Quindi la causa del movimento, e dal movimento “mutuis ictibus” la produzione dei corpi e delle loro varie forme. La teoria era adunque tutta fisica e meccanica come quella di Erasistrato, e simili alle Erasistratee erano le spiegazioni della digestione, e della nutrizione. La teoria della respirazione era quella d’Empedocle, e il Cocchi dice che Asclepiade vi unì il felice pensiero della gravità dell’aria. Sulla generazione o non lasciò cose singolari, o sono perdute.
Non fece Asclepiade anatomiche scoperte; ma ingiusta è l’accusa di Galeno che egli non coltivasse diligentemente cotesta scienza, per averlo trovato in errore in due o tre opinioni.
Asclepiade che affezionato era alla chirurgia più che Galeno non si mostrò: egli che pose per principio della formazione dei morbi una condizione patologica di natura affatto anatomica, la “enstasis molecolare” entro i sistemi e i parenchimi: egli che sebbene in alcune ipotesi lo confutasse, seguiva Erasistrato il grande anatomico d’Alessandria, doveva necessariamente riguardare ed apprezzare l’anatomia come fondamento di tutta la scienza.
L’errore che gli viene a preferenza imputato dagli stoici sulla fede dl Galeno, e l’aver creduto al passaggio immediato dei liquidi dallo stomaco alla vescica, quando questo passaggio avviene rapidamente. Fintanto che ha retto in fisiologia l’opinione dei vasi esalanti, anche cotesta ipotesi si è retta: e non dispiacque né a Erasmo Darwin, né al Mascagni 
[6]. Non sono che pochi anni, che i Fisiologi (e a dir il vero non tutti) si accordano nel detarminare, che: “La promptitude avec laquelle les substances s’introduisent dans les vaisseaux capillaires et se répandent par l’intermédiaire da la circulation explique sans peine comment certaines d’entr’elles passent si vite, dans l’urine, sans qu’en soit obligé de recourir à des prétendues communications diractes entre l’estomac et les reins[7].
Ma la 
Terapeutica, principalmente derivata dalla Igiene di Roma antica, ebbe da Asclepiade un valore scientifico che avrebbe per sempre tenuto indietro i vizi che poco dopo la deturparono, se anche i destini dalla medicina non dipendessero talvolta dagli eventi politici e dalla morali variate tendenze delle nazioni. Sorgeva anche la terapeutica romana dalla malattia vernacola.
I purgativi furono vietati, coma quelli che nel fatto recavano pregiudizio alla febbri intermittenti: gli emetici come mezzo igienico di che abusavano i greci ginnasi, vennero anch’essi rimossi dalla pratica urbana, e solamente lasciati ai casi, nei quali occorresse un’azione meccanica forte da non potersi ottenere con altri argomenti.
La dieta severa e i clisteri supplivano al bisogno dalla purgazioni.
Così nelle febbri tutte egli si teneva lontano dal salasso, adoperandolo, come semplice evacuativo, solamente nelle “pleuritidi”, nelle angine, e nelle infiammazioni accompagnate da gran dolore: e siccome nella “Pneumonite” già formata, il dolore é poco, e la stasi é chiusa da non potersi più evacuare direttamente il viluppo molecolare col salasso, egli se ne asteneva lasciandone alla natura la risoluzione.
Raccomandò grandemente come mezzo terapeutico il vino e i bagni freddi; donde con maggiore evidenza è mostrala la sorgente della sua semplicissima materia medica. E nel vero il vino giovò sempre nelle febbri miasmatiche, e il Currie e il Giannini e tanti altri adoperarono Il bagno freddo con molta utilità nelle intermittenti pertinaci. Nel rendersi conto dei buoni effetti che dall’uso dei bagni e degli esercizi ginnastici a conservare la forza e la salute egli vedeva nei romani, certo e che il concetto fisiologico che meglio si confaceva alla spiegazione del fatto era quello di meati che s’aprono e chiudono per ricevere ed espellere materie buone o superflue. Quindi egli trasse argomento dell’applicazione degli stessi mezzi allo stato morboso. Aveva dinanzi a sè l’infelice esito nel medesimo tentativo di 
Erodico Leontino. Ma egli conobbe che Erodico fallì perché prescriveva senza metodo e misura. Per cui, Asclepiade sottoponendo a metodo l’applicazione della ginnastica nelle malattie fu il primo che ne traesse insieme utilità somma e somma gloria. Egli stabilì una specie di scala di azioni meccaniche esterne sul corpo umano, incominciando dalle più lievi fregagioni fatte per “molcere” [alleviare] il dolore o conciliare il sonno, sino al moto della equitazione, e al moto conquassante dei cocchi.
Cercò di congiungere insieme gli effetti del bagno con questi moti comunicati più o meno blandamente, inventando i “bagni pensili”, nei quali l’acqua mantenendosi in un dolce moto ondulatorio, i malati ne prendevano un soave diletto. E quel Cajo Sergio Orata, contemporaneo e amico di Crasso e d’Asclepiade, volle come di deliziosa comodità anche per i sani, essere il primo ad usarli, ed adornarne le sue magnifiche ville.Per alcuni malati egli invento altresì i “letti pensili”, come quelli che con un piacevole movimento addormentavano: ed il sonno era per Asclepiade in certi tempi della malattia, fenomeno di grande importanza per ricostruire l’equilibrio fra il moto delle particelle e il calibro dei pori.
Hanno attribuito ad Asclepiade molte cose che non son sue, togliendogliene invece altre che esclusivamente gli appartengono. Galeno nei libri “
De Antidotis”, e in altri di argomento terapeutico, presenta vari “garbugli farmaceutici” sotto il nome d’Asclepiade.
Molti altri medici con questo nome avevano preceduta l’età di Galeno, né gli Asclepiadi autori di detti garbugli vengono sempre distinti da Galeno stesso col titolo di “Bitinii”, che compete al nostro Asclepiade 
[8]. Ai tempi di Galeno inoltre i fabbricatori di coteste ciarlatanerie erano moltissimi, e per dar credito a qualche loro medicine, le ponevano il nome di Asclepiade, essendo ancora in Roma il nome del Bitinio in fiore di celebrità e venerato. Avevano pure nel medesimo tempo incominciato gli interpreti e i critici a guastare le opere di Asclepiade coll’introdurvi lezioni varie ed aggiunte a loro capriccio; [9] e siccome la cosa che più li tormentava era la semplicità terapeutica dell’autore, credevano di migliorarne la sostanza, “iugemmandola” qua e là di goffe composizioni medicinali. Per le quali ragioni adunque tutta quella mondiglia di ricette, che Galeno ha raccolto ne’ suoi libri farmacologici, sotto il nome generico di Asclepiade, è da attribuirsi ad altri Asclepiadi e non al Bitinio [cioè ad Asclepiade medesimo].
Attribuiscono del pari ad Asclepiade la invenzione della famosa formula:

“tuto, cito, jucunde”

vogliono ch’egli il primo trovasse la divisione fra le malattie acute e le croniche: ch’egli insegnasse il primo le comunanze nosologiche e terapeutiche: ch’egli innanzi a tutti parlasse della Elefantiasi e della Podagra: ch’egli senz’altro esempio anteriore usasse come rimedio il vino annacquato coll’acqua marina: ch’egli infine trovasse il metodo metasincritico, ossia la “recorporatio”, in alcune malattie croniche e pertinaci. Noi prendendo di basso in alto simili attributi faremo invece osservare che nel “Codice della Scuola di Coo e’ vi son tutti”, e che Asclepiade studioso conoscitore dei libri Ippocratici trasse di là tutte coteste invenzioni.
La cosiddetta recorporatio è una imitazione del “metodo incrassante” usato nei Ginnasii greci, e praticato anche nell’Asclepio di Coo in certe malattie, come si vede al Cap. XVIII nel Libro “
De affectionibus internis”. Nell’Isola di Coo davasi il vino mescolato con acqua marina anche ai sani: e questo vino o mescolato con la detta acqua, o conservato entro a barili tenuti immersi per qualche tempo nel mare, chiamavasi “Thalassites“. Nel VII libro dell Epidemie l’acqua marina è adoperata auche per clisteri. Nel libro del Codice il “De affectionibus intemis” si parla della Elefantiasi, e negli Aforismi della Podagra. Di più in Roma stessa Lucrezio prima di Asclepiade aveva nel suo Poema parlato delle stesse malattie. Il Libro “de Regimine in morbis acutis“, e l’altro “De Affectionibus” al Cap. 7. contengono manifestamente tanto le comunanze nosologiche e terapeutiche, quanto l’antichissima divisione delle malattie in acute e croniche.
E nello stesso libro “De regimine in morbis acutis” esiste a chiarissime note la celebre formula terapeutica di Asclepiade.

Mihi autem placet (vi si dice) ut ad omnem artem aminum attendamus. Nam quae recte procedunt opera, ca RECTE (tuto) singula facere oportet: quae item celeritate opus habent CELERITER (cito): quae etiam munditiem desiderant munde: et quae citra dolorem tractari postulant ea quam maxime fieri possit SINE DOLORE (jucunde) facere; caeteraque omnia id genus, multo aliter quam proximi, meliorem in formam commutare convenit”[10] 

I medici di Coo opposero questa sentenza a quelli di Cnido, che pare seguitassero, in Chirurgia specialmente, un metodo straziante e ruvido; cosi Asclepiade onde cancellare la cattiva fama lasciata da Arcagato, che forse era della scuola di Cnido, e sfuggire il pericolo d’incontrare la sua sorte, pose innanzi come impresa della sua scuola il “tuto, cito, jucunde” [in sicurezza, rapidamente e senza procurare dolore]: e per questo metodo, e per le cure felici, e per un non so che di straordinario che la fortuna talvolta gli offerse, quale fu l’asfittico che era portato al rogo come cadavere, e da Asclepiade richiamato in vita, e per l’eloquente suo discorso, e per il puro elegante attico stile che usava negli scritti suoi, fu reputato dai romani nella sua scienza come un secondo Ippocrate, essendo state il nome d’Ippocrate in Roma sempre veneratissimo.

La parte invece che esclusivamente appartiene ad Asclepiade nella Storia della Medicina, e che gli storici non gli hanno ancora attribuita è: 1°) L’aver ammessa una forza viva nelle molecole di tutti i corpi della natura sia organica che inorganica, causa del movimento risolvibile in altrettanti urti o impulsi meccanici, produttori di tutte le mutazioni chimiche della materia: 2°) L’aver quindi mostrato la coincidenza di alcune di coteste leggi meccaniche coi principi fondamentali della medicina ippocratica: 3°) L’aver mantenuta la Patologia inseparabile dall’elemento organico o anatomico: 4°) L’aver conservato il connubio teorico e pratico della Medicina e della Chirurgia, promuovendo quest’ultima a operazioni anche nuove, quale fu la Laringotomia: 5°) L’aver esteso a più larga sfera che non avevano fatto Ippocrate ed Erasistrato, l’utilità delle azioni meccaniche dei comuni mezzi terapeutici: 6°) L’avere infine rappresentato in sé e nel suo metodo, donde i moltissimi suoi seguaci e discepoli furono anche detti Metodisti, la medicina veramente indigena di Roma a lui anteriore, vestendola di dignitosa “clamide” [aura] scientifica, in che figuravano in meraviglioso accordo le verità pratiche di Ippocrate, e le teoriche di Erasistrato, corrette ed innalzate ad un grado più elevato di filosofici concepimenti, per la felice sostituzione al vago ed inintelligibile pneuma, della dottrina corpuscolare.
Dopo i Commenti ad alcune opere d’lppocrate e le critiche Considerazioni sulle dottrine di Erasistrato, Asclepiade venne fuori colle proprie, di cui la prima fu probabilmente l’opera in più libri ch’egli chiamò “Preparatorii”, nei quali era contenuto anche il “libro delle Definizioni”. Espose poscia i fondamenti della sua Teorica nel libro “Peri Stykion“, e nell’altro “Della Respirazione” e del moto delle arterie.
Continuò le materie fisiologiche nei trattati “
della Nutrizione” e “della Generazione“, e “della Sensazione” entro ai limiti della medicina, benché senza documento alcuno gli si sieno attribuite opinioni metafisiche non lodevoli sulla natura dell’anima. Entrando in Patologia speciale scrisse trattati delle “Febbri periodiche“, e tre libri sulle “Malattie acute“. Citansi pure come sue, “Memorie speciali sulla Podagra“, “l’Elefantiasi“, “l’Idrofobia“, “l’Alopecia“, “le Idropi“, “le Emorragie“. Ma i libri che più scossero i suoi contemporanei, furono “i Terapeutici” e “gli Igienici“. La sua arte curativa era contenuta nei famosi trattati “Dei comuni soccorsi“, o nelle “Lettere a Mitridate“, e nella “Dietetica” e nella “Igiene“, insigne opera su queste materie scritta a Geminio.



Asclepiade visto dal Castiglioni (1929 circa) 


Nato a Prusa in Bitinia intorno al 130 a. C., fu allievo della scuola filosofica degli Epicurei; visse in Atene e si recò a Roma nel 91. Fu dapprima maestro di retorica, si diede poi all’esercizio della pratica medica e si acquistò rapidamente una vastissima clientela. Amico di Cicerone, osservatore acuto e critico severo, comprese la necessità di ricondurre i Romani a una vita igienica: prescrisse soprattutto la dieta, la ginnastica, il massaggio, la moderazione nei cibi e nelle bevande, come mezzi essenziali per mantenere la salute e per conseguire la guarigione. Avversò la concezione umoralistica d’Ippocrate e affermò la dottrina atomistica, ritenendo che tutti i fenomeni della vita debbano attribuirsi a leggi meccaniche, considerando che la malattia risieda negli atomi, i quali vivono in continuo movimento fra di loro e sono congiunti da canali, i cosiddetti pori.
Celebre è il motto di Asclepiade secondo il quale il medico deve guarire cito, tuto, iucunde (
rapidamente, sicuramente, serenamente). Egli è il primo a dividere le malattie in acute e croniche e ad osservare e descrivere magistralmente l’idropisiai il tetano, la malaria. Descrisse e praticò la tracheotomia e fu chirurgo abilissimo; fu certamente il primo tra i medici giunti in Roma a praticare la medicina con concetti razionali e scientifici. Morì novantenne; all’opera sua di eccellente medico si deve il favore che i medici greci cominciarono a godere in Roma. Le sue opere principali sono conservate soltanto in frammenti. [11]



Ed ecco alcuni tratti del commento del De Renzi [12]

Finchè i Romani furono poveri e virtuosi, potevano fare a meno dei medici: ma in questo stato [il De Renzi lamenta la dissolutezza dei Romani dopo le conquiste di tante terre e ricchezze] ne risentivano imperioso il bisogno. Un uomo dotto ed astuto conobbe l’opportunità e seppe trarne profitto.
Asclepiade, avvenente di aspetto, grazioso nelle maniere, educato alla scuola del bisogno, e profondo conoscitore degli uomini dei tempi suoi, si trovava in Roma ad esercitare il mestiere di maestro di retorica. Egli era nato a Prusa, nella Bitinia, ma la prima sua educazione è tanto sconosciuta, che io farei il sospetto che il nome col quale è chiamato fosse stato assunto da lui in Roma ad imitazione degli Asclepiadi Sacerdoti, e ciò onde dare più importanza alla sua persone. Comunque sia è certo che egli era un avventuriere …
Si sospetta anche da alcuni che egli fosse quello stesso Asclepiade che, mentre era povero, aveva tanto desiderio di imparare che, insieme ad un certo Menedemo, il giorno andava a scuola dei filosofi, e la notte si guadagnava due dramme con volgere la ruota di un molino.
Asclepiade … fece servire la pratica più alla politica che al convincimento; ma immenso è l’obbligo che la scienza gli deve come fondatore di un novello periodo luminoso. …
La sua filosofia fu interamente epicurea. Galeno ci ha tramandato le dottrine di Asclepiade e ci fa conoscere che egli credeva la materia inalterabile ed ogni sostanza composta di piccoli corpiccioli, o molecole o atomi, tra i quali esistevano alcuni piccoli vuoti o pori. …
Il corpo, la materia ed il moto spiegava tutto per Asclepiade essi formavano la “natura”, …
Da ciò risultava un a diretta condanna dei principi ippocratici. …
Anche riguardo all’anatomia ed alla fisiologia, Asclepiade aveva idee singolari, alcune delle quali sono state trasmesse da Galeno 
[13].
Ammettendo pori ovunque, per mezzo di questi credeva che l’urina, sotto forma di vapori, passava dagli intestini alla vescica senza riconoscere l’intervento dei reni.
Attribuiva la respirazione alla qualità degli atomi molto tenui contenuti nel petto, che davano luogo all’aria composta di atomi più grossi, la quale per l’elasticità delle pareti del petto veniva di poi respinta con l’espirazione.
Diceva che il cibo veniva soltanto triturato nello stomaco, e ridotto in tenui parti capaci di penetrare nei pori del corpo e a recarsi nelle diverse parti dove si mutano nella forma delle parti stesse, secondo le diverse disposizioni dei pori. …
Di questi atomi circolanti nei pori, i più grandi sono quelli che formano il “sangue”, i più piccoli sono quelli che formano lo “spirito”. …
Se vi è sproporzione tra le molecole circolanti ed i pori ne risultano funzioni morbose. …
Secondo quanto esposto da Celio Aureliano la sproporzione si crea in tre modi: 1) che gli atomi si affollino e ne rimane impedito il passaggio per la ristrettezza dei pori; 2) che si perdono fuori dei pori rilasciati ed allargati; che gli atomi di diversa grandezza e figura, inordinatamente, si addensano.
Nel primo caso si produce la frenesia, il letargo, la pleurisia, le febbri ardenti; nel secondo caso i languori, la estenuazione, la magrezza, la idropisia, ecc.; nel terzo caso si soffrono diverse specie di dolori.
Egli in tal modo distingueva la malattia principale dai sintomi. Così, ad esempio, la febbre è un sintomo, perchè deriva dall’arresto degli atomi nei canali, onde ne sorge moto ed effervescenza. L’arresto dei corpuscoli maggiori contenuti nel sangue produce effervescenza forte e quindi febbre acuta ed infiammazione. Se l’incagliamento è stabile, la febbre è continua, se è facile a cedere, la febbre è intermittente e periodica.
Per rendere i pori aperti ed agevole il passaggio degli atomi, Asclepiade comandava diverse specie di ginnastica … strofinazioni … concedeva il vino …
Spesso il vino lo dava misto all’acqua marina sperando che le “punte” dei sali facessero più facilmente strada al vino per aprire i pori ostruiti.




Il “tuto, cito, jucunde” asclepideo secondo A. Cornelio Celso [14] 


Celso afferma nel suo 
De Medicina che il celebre motto fosse nulla più che una cattiva interpretazione di alcuni autori:

… Diverse poi sono le maniere di medicatura [delle febbri]; secondo i diversi autori che ne hanno discorso. Asclepiade dice essere ufficio del medicante di curare con velocità, senza provocar dolore ed in maniera sicura. …
Gli antichi inducevano la digestione con alcuni medicamenti, dal momento che temevano sopra ogni cosa la crudezza; dopo cercavano di eliminare quella materia che pareva loro dannosa al prezzo di frequenti clisteri. Asclepiade mise al bando i medicamenti; egli induceva l’alvo con clisteri non con elevata frequenza, ma in quasi tutte le malattie; e se ne avvaleva anche per curare le stesse febbri. Egli era dell’opinione che si dovessero spossare le forze del malato con la luce, con la veglia, con la sete più crudele, e non concedeva neppure di sciacquare la bocca. Quindi erravano coloro i quali credevano che il suo medicare fosse in ogni parte senza dolore e piacevole. Infatti, se nei giorni successivi [della malattia] assecondava le voluttà dell’infermo, nei primi, senza dubbio, sosteneva le parti del carnefice.…” 


FONTI

[1] “Storia dell’Arte Sanitaria” di Adalberto Pazzini, pag. 236-247
[2] “Storia della Medicina” 1850, di Francesco Puccinotti, (Libro IV, cap. IX)
[3] Cocchi: “Discorso sopra Asclepiade”, pagg. 16, 18, 19, 37, 45
[4] Galeno: “De Trem. Palp. E convuls.”
[5] Cel. Aurelian. Acut. L. I c. 14. p. 41
[6] Darwin. Zoonomia. Del moto retrogrado dei vasi Linfatici. – Mascagni. Nova per poros inorqanicos secretionum theria. Roma 1793.
[7] Muller “Manuel de Phislolog. T. l. p. 188. Paris. 1845.”
[8] “E perché s’incontrano nel libri, più dl quaranta Asclepiadi tra piccoli e grandi, conviene avvertire ai non confondere or l’uno or l’altro col nostro, come ad alcuni dotti intervenne”. Cocchi. Discorso sopra Asclepiade. Firenze 1758. pag. 3.
[9] Galeno distingue tra costoro un tal Moschione. “Moschion est cognomine corrector, quod Asclepiadis scripta quaedam corrigeret, non ubique cum eo sentiens”. De Different. Puls. L. IV.
[10] Lib. cit. sect. I. C. I. Par. 3
[11] http://www.treccani.it/enciclopedia/asclepiade-di-bitinia_(Enciclopedia-Italiana)/
[12] “Storia della Medicina Italiana” Vol I, Sez. II, Cap. 1, Salvatore de Renzi, 1845
[13] Claudio Galeno, “De natural. Facult.”, Lib I, cap. 18
[14] A. C. Celso, ” De Medicina”, Lib. III, cap. 4

Articolo di Concetto De Luca (25/06/2014) 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *