Introduzione della fototerapia nell’ittero neonatale

Introduzione della fototerapia nell’ittero neonatale

“… nelle calde giornate estive portava i bambini più delicati fuori nel cortile, sinceramente convinta che la combinazione di aria fresca e sole caldo gli avrebbe fatto molto più bene dell’atmosfera soffocante e surriscaldata di un’incubatrice.”

[Dobbs RH, Cremer RJ. “Phototherapy“. Arch Dis Child 1975; 50: 833–836.]


ITTERO NEONATALE

L’infermiera suor Jean Ward nel 1956 con uno dei primi neonati sottoposto a fototerapia al “Rochford General Hospital“.

Ai giorni nostri, ogni anno, oltre 100 milioni di bambini al mondo vengono curati per l’ittero neonatale grazie alla ‘fototerapia’. Subito dopo la seconda guerra mondiale, l’ittero neonatale nei bambini nati prematuri si manifestò, insieme al distress respiratorio ed alla retinopatia, come uno dei problemi più importanti delle unità di cura dei reparti di puericultura di tutto il mondo.

L’ittero neonatale è una colorazione giallastra della parte bianca degli occhi e della pelle in un neonato a causa di alti livelli di bilirubina. Altri sintomi possono includere sonnolenza eccessiva o scarsa alimentazione.  Le complicazioni possono includere convulsioni, paralisi cerebrale o kernittero.

I bambini con ittero neonatale possono essere trattati con luce colorata chiamata ‘fototerapia‘, che agisce modificando la trans-bilirubina nell’isomero cis-bilirubina solubile in acqua.  La fototerapia coinvolta non è la terapia della luce ultravioletta, ma piuttosto una frequenza specifica della luce blu. La luce può essere applicata con lampade a soffitto, il che significa che gli occhi del bambino devono essere coperti.


L’INFERMIERA JEAN WARD

Possiamo ringraziare la sorella infermiera Jean Ward per l’invenzione della fototerapia nel 1956

All’inizio degli anni cinquanta del novecento questi piccoli pazienti affetti da ittero neonatale venivano trattati con complesse exanguino-trasfusioni e la fototerapia non esisteva ancora.

Non sappiamo con certezza quando sia stata praticata per la prima volta la fototerapia; qualcuno afferma che fosse un’usanza delle ostetriche indiane sottoporre alla luce solare i neonati.

Con certezza sappiamo che dobbiamo la scoperta della fototerapia contemporanea a suor Jean Ward, un’infermiera britannica responsabile dell’unità che si occupava di neonati prematuri al “Rochford General Hospital” di Rochford, Essex, Regno Unito, ed a una successiva osservazione fortuita nello stesso ospedale.

Era convinzione dell’infermiera Ward che la luce solare ed un pò di aria fresca nei neonati fragili fossero salutari più che lo stare continuamente all’interno delle incubatrici. Ma tale convinzione la conservava per sè e non l’espresse al personale medico dell’ospedale. In una calda giornata dell’estate del 1956, un pediatra del Rochford General Hospital, il dott. R.H. Dobbs, incontrò l’infermiera Ward che teneva con sè un neonato seminudo alla luce del sole.


IL CASO IN AIUTO

Il medico si accorse che una parte delle cute del neonato sembrava più colorita rispetto all’altra, e le chiese se costui si fosse abbronzato nella parte della pelle esposta al sole o se avesse dello iodio in quella parte della pelle. L’infermiera rispose con ansia e riluttanza che quello era un bambino nato prematuro e che, al contrario, la parte più pallida era quella che era stata esposta alla luce solare.

Una settimana dopo questo episodio, il biochimico del laboratorio dell’ospedale, mr P. W. Perryman, aveva sbadatamente lasciato una provetta di sangue di un neonato prematuro itterico sul davanzale della finestra.


dall’errore le scoperte

Il primo apparecchio di luce artificiale ideato per l’illuminazione della culla dei neonati al ‘Rochford General Hospital‘.

Quando la prese, egli si accorse che il siero della provetta era verde (invece che giallo) e che il valore laboratoristico della bilirubina era più basso di quello atteso. Per sicurezza, Perryman fece riprelevare un campione di sangue dal piccolo paziente e potè facilmente notare che vi era un’importante differenza del valore della bilirubina nei due campioni, sebbene provenienti dallo stesso paziente.

Le successive indagini del personale dell’ospedale (Dobbs, Richards e R. J. Cremer, Perryman e la stessa Ward) condurranno, nell’arco di un paio di anni, ad una serie di importanti conseguenze cliniche e laboratoristiche: quando esposto alla luce solare, il livello di bilirubina sierica dei soggetti itterici decade rapidamente. La bilirubina, in questi casi si trasforma in biliverdina ed altri isomeri, che sono meno dannosi per i tessuti, e vengono eliminati dal corpo più rapidamente. Tale pratica, inoltre, poteva evitare la trasfusione, che era sempre e comunque una tecnica non priva di rischi per la salute dei neonati.


la luce che spegne il giallo

La fototerapia è oggi il trattamento principale dell’ittero neonatale.

Fu inoltre logica conseguenza laboratoristica che si decidesse di trasportare le provette all’interno di contenitori al buio, affinché la luce non ne alterasse il contenuto.

L’infermiera Ward si occupò di controllare i cambiamenti del colore della pelle dei neonati itterici: quando esposti alla luce solare la loro itterizia tendeva a scomparire, ma cessata l’esposizione l’itterizia tendeva a ripresentarsi.

Attraverso una serie continua di prove, il gruppo di lavoro si accorse che un semplice tubo “blu fluorescente” era la migliore sorgente disponibile. Il primo strumento impiegato nell’ospedale fu un riflettore semicilindrico in acciaio inossidabile, sospeso su un cavalletto mobile regolabile in altezza, contenente otto tubi con luce blu fluorescente da 40 watt.


UN SUCCESSO NON IMMEDIATO

Il primo articolo dei ricercatori dell’ospedale fu pubblicato sulla prestigiosa rivista “The Lancet” con il titolo “Influenza della luce sull’iperbilirubinemia dei bambini” nel 1958.

In alcune nazioni sudamericane (Brasile, Uruguay e Cile) ed europee (Francia, Italia e Gran Bretagna) la fototerapia ebbe successo da subito, in altre nazioni no.

Negli Stati Uniti, ad esempio, vi fu un importante scetticismo iniziale, perlomeno fino al 1969, allorchè il dott. Jerold Lucey, “il padre della fototerapia statunitense‘, non la promosse in patria.


RIFERIMENTI:

 

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