IL GALVANOMETRO A CORDA


IL GALVANOMETRO A CORDA, OVVERO LA FINESTRA ELETTROCARDIOGRAFICA VERSO LA DIAGNOSI CLINICA CARDIOLOGICA


acquisizione elettrocardiografica completa a 3 derivazioni fatta nel 1911

Nell’ultimo quarto del secolo XIX, con l’impiego dell’elettrometro capillare di Lippmann, i fisiologi (in particolare, l’inglese Auguste Desire Waller) avevano cercato di misurare graficamente l’attività elettrica del cuore.
Willem Einthoven, fisiologo olandese di Leida, divenne sempre più disincantato verso questa tecnica. Una delle peggiori lacune era l’estrema sensibilità alle vibrazioni: anche un semplice passaggio di cavalli vicino al laboratorio di Einthoven riusciva a disturbare l’acquisizione elettrocardiografica creando artefatti. Alla fine del secolo, egli decise dunque di abbandonare l’elettrometro capillare in favore di una variante del galvanometro a corda sviluppato dal fisiologo francese Jacques-Arsène d’Arsonval (1851 – 1940).


evoluzione del galvanometro a corda

Willem Einthoven (Semarang, 21 maggio 1860 – Leida, 29 settembre 1927) affianco ad un galvanometro a corda.

Tra la fine dell’ottocento ed il 1901, Einthoven fu in grado di ottenere un’elettrocardiogramma a tre derivazioni, quelle comunemente chiamate bipolari: il paziente collocava le mani ed un piede dentro dei secchi contenenti soluzione salina, e l’attività elettrica del cuore veniva registrata dal galvanometro a corda secondo il concetto fisiologico del ‘triangolo di Einthoven‘.
Con il secolo nuovo gli elettrocardiografi divennero sempre meno ingombranti e più performanti grazie all’attività di una compagnia inglese, la ‘Cambridge Scientific Instrument Company‘ guidata da Horace Darwin, figlio minore di Charles Darwin il celeberrimo padre dell’evoluzionismo.
Nel 1908 il team di cardiologi inglesi Arthur MacNalty, M.D. Oxon, e Thomas Lewis per la prima volta nella storia utilizzò l’elettrocardiogramma in una diagnosi clinica.


diffusione degli elettrocardiografi

Thomas Lewis (26 dicembre 1881 – 17 marzo 1945)

Entro il 1918 la ‘Cambridge Scientific Instrument Company‘ era riuscita a piazzare negli ospedali inglesi ‘ben’ 35 elettrocardiografi.
Un drastico calo delle dimensioni si ebbe nel 1926 con l’introduzione da parte della ‘Cambridge’ del primo elettrocardiografo portatile. Esso era una macchina pesante ancora 36 kg, che richiedeva un carrello per il trasporto, ma notevolmente più piccolo rispetto allo strumento di Einthoven. La riduzione della grandezza fu raggiunta grazie all’uso di nuove leghe magnetiche capaci di produrre lo stesso campo di forze dei vecchi elettromagneti più grandi. Un altro progresso fu la sostituzione della membrana fotografica con un tamburo fatto ruotare con un motorino e rivestito a modo di pellicola.


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