Breve storia della iniezioni endovenose

Breve storia della iniezioni endovenose

Christopher Wren da una sua dimostrazione di un metodo per introdurre farmaci in vena, davanti al dottor Willis,  nel 1667. Pittura ad olio di Ernest Board (1877-1934).

La pratica si affacciò, nuova, nella terapia del XVII secolo, per somministrare i medicamenti: l’iniezione endovenosa, metodo che, se fu in seguito trascurato, per essere ripreso in epoca moderna, ebbe un suo primo momento di gloria nel seicento.

L’uso di iniettare sostanze medicamentose nelle vene è molto più antico di quanto non possa sembrare a prima vista. Sorta, forse inconsciamente, l’idea insieme con l’aspirazione di trasfondere il sangue da individuo ad individuo (sia pure da animali ad uomo), perché anche il sangue era considerato alla stregua di un medicamento, le prime notizie di questo atto operatorio si hanno nel 1642, allorchè un tal Wahrendorff con una cannuccia (altri dicono addirittura con un osso di pollo) iniettò nelle vene dei suoi cani generose quantità di vino spagnolo, allo scopo di farli più pronti alla caccia.

Medicamenti veri e propri sarebbero stati invece iniettati a scopo terapeutico, sempre nei cani, dal matematico Christopher Wren (1632-1723), nel 1656, ad Oxford. Le sostanze iniettate sarebbero state dei prodotti diuretici ed i risultati ottenuti ottimi.


Altri tentativi

Particolare del quadro di Ernest Board sull’iniezione endovenosa eseguita da Wren.

Tra i tedeschi, Mayor nel 1664, prima degli altri, tentò con questo strumento di curare delle piaghe. Tra i medici italiani sono da ricordare G.A. Borelli, G. Baglivi, G. Lanzoni, G. Pinelli, C. Fracassati, A. Pasta ed il Mazzoli, i quali praticavano questa tecnica ottenendo risultati sempre attendibili per l’effetto.

Ma prima di tutti, un tal Fabricius di Danzica (secondo il Benedicenti) avrebbe, fin dal 1600, praticato iniezioni endovenose di medicamenti, curando in tal modo un soldato affetto da sifilide e ottenendone la guarigione. Mancano, però, riferimenti che possano comprovare l’attendibilità della notizia.

Lo strumentario usato per questo piccolo intervento era vario. Mentre i primi tentativi furono eseguiti molto empiricamente, con cannule che si introducevano nelle piccole ferite da salasso prodotte nel vaso prescelto per l’infusione del medicamento, l’insufflazione si eseguiva anche, quando ciò era possibile, con la bocca, come fece il Wahrendorff, allorchè iniettò vino nelle vene dei suoi cani, o come si dice facesse il ancora nel 1661, il Mayor, allorchè, iniettava sostanze medicamentose nelle vene dei suoi esami da esperimento.


Tecniche di iniezioni endovenose

Siringa in peltro utilizzata come irroratore vaginale (metà ottocento). https://www.ebay.it/itm/133041169798

Strumenti un poco meno rudimentali sarebbero stati rappresentati da cannule di argento, corte, un poco ricurve, a punta, legate ad una vescica animale, contenente il liquido medicamentoso da iniettare. Aperta la vena con taglio da salasso si introduceva in essa la cannula e, spremendo la vescica, si spingeva nella vena il medicamento.

Più adatte allo scopo, infine, appare l’uso di siringhe dal lungo becco, quasi aghiforme, da introdursi anch’esso nella feritina da salasso, onde spingere nel vaso il medicinale desiderato. Le siringhe, compreso il becco, erano fatte di peltro, stagno, argento ed anche di legno, a seconda del liquido da iniettare.


I pericoli e Sostanze iniettate

Guido Baccelli, da L’Illustrazione Italiana, 16 gennaio 1916

Erano noti, oltre ai pericoli da introduzione di aria, anche altri inconvenienti, come quelli prodotti dall’introduzione di sostanze oleose, di sostanze troppo attive, anche i pericoli di processi infiammatori provocati dalla presenza  della cannula nella vena e altri possibili inconvenienti del genere.

Le sostanze iniettate erano molte, e venivano suddivise in varie categorie, a seconda dell’effetto da esse prodotto: emollienti, astringenti o toniche, vomitive e purganti, eccitanti, diffusibili e narcotiche.

Per quanto riguarda i singoli medicamenti si utilizzava l’acqua (trovata ottima per calmare il delirio da idrofobia, cioè la rabbia), il tartaro stibiato, le soluzioni di canfora, il muschio (vantato contro l’epilessia), il decotto di china contro le febbri, l’oppio come calmante, ecc. Altre sostanze eterogenee si accompagnarono a queste almeno come consiglio: l’acqua satura di gas sulfureo nell’asma, oltre a varie preparazioni di sterco di cicogna, leone, pavone e perfino uomo.


Declino … e dopo baccelli

Questo sistema terapeutico, insieme a quello della trasfusione di sangue, venne, un poco alla volta, trascurato, ma non dimenticato, fino a che il medico italiano Guido Baccelli (Roma, 25 novembre 1830 – Roma, 10 gennaio 1916) che lo rimise in pieno onore. Dal punto di vista terapeutico, Guido Baccelli prediligeva i “medicamenti eroici“, ovvero quelli da destinarsi a casi particolarmente gravi o apparentemente senza speranza. Baccelli fu, in particolare, un pioniere dell’uso terapeutico delle iniezioni endovenose (“Aprire la via delle vene ai medicamenti eroici”) che applicò, per esempio, con successo in alcuni casi, che fino a quel tempo apparivano disperati, di perniciosa malarica, una forma particolarmente grave della malattia che portava spesso alla morte in poche ore. Le sue iniezioni endovenose di idroclorato di chinina che, a partire dal 1889, gli permisero di ottenere alcune guarigioni clamorose dalla malaria perniciosa gli valsero, durante il “Congresso Medico Internazionale di Berlino” del 1890, un celebre commento del grande patologo tedesco Rudolph Virchow:

“Ciò che Lister fece per la superficie del corpo, Baccelli ha fatto per la crasi del sangue”.


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