La Cina tra Omicron e Covid Zero

LA CINA OGGI TRA OMICRON E LOCKDOWN

In Italia, dall’inizio della pandemia sono stati registrati circa 15 milioni di casi di infezione da Sars-CoV-2 con oltre 150 mila decessi. Il tasso globale di letalità dunque ad oggi di circa l’1%, ma negli ultimi mesi, grazie all’imponente campagna vaccinale (oltre 130 milioni di dosi somministrate) ed all’avvento di nuove varianti del virus il tasso di letalità è notevolmente calato.
Da dicembre 2021, dopo l’avvento della variante omicron sono stati registrati circa 30 mila decessi su 10 milioni di casi di Covid-19 (tasso di letalità di circa lo 0,3%).
In Cina, nazione in ascesa dal punto di vista economico, ma pur sempre dittatura dal punto di vista politico, il governo a guida comunista, ha continuato a praticare la cosiddetta politica del “Zero Covid” in circa due anni e quattro mesi di pandemia. Questa politica si basa su determinati principi, che avevamo indicato nelle famose 3T: Test, Tracciamento e Trattamento medico. Lo scopo è quello di prevenire e ricostruire la linea dei contagi ed trattare i pazienti sintomatici. A ciò si aggiunge l’imposizione di chiusure di comunità più o meno grandi per evitare i contagi. Dal punto di vista epidemiologico il contagio si diffonde in maniera esponenziale per cui, intervenendo prima (con numeri bassi di contagio) si riesce a controllare meglio la diffusione del virus ed i tempi di lockdown vengono perfino ridotti.
In Italia, molti se ne sono già dimenticati, nel lockdown della primavera 2020, tutta la nazione fu sottoposta a chiusura per circa due mesi. Allora nessuno si lamentò tanta era la diffusione, soprattutto nelle regioni del nord ed il tasso di letalità espresso (che fu sovrastimato al 10%) e la (giusta) paura tra la popolazione. Confrontando il ceppo originario di Wuhan rispetto alla variante omicron, oggi, in Italia, possiamo dire che omicron, in una popolazione ampiamente vaccinata, contagia circa 6 volte più rapidamente del ceppo Wuhan ed uccide circa 10 volte di meno. Ossia, di omicron possiamo affermare che contagia veloce come il morbillo e uccide un po’ più dell’influenza.
Ritornando alla nostra Cina, cosa possiamo dire a riguardo? Premettiamo che in Cina, ad oggi sono stati registrati meno di mezzo milione di casi di Covid-19, ossia 35 volte di meno in una nazione 25 volte più popolosa della nostra. Sono stati registrati anche circa 3 miliardi di dosi vaccinali, anche anche con vaccini ad m-rna, che sembrano però essere molto meno efficaci rispetto al Pfizer e Moderna. La strategia dello ‘Zero Covid’ in una nazione sotto dittatura politica e sociale ha sembrato funzionare alla grande fino alla fine di marzo 2022. Ad un certo punto, però, la drammatica svolta: sono stati registrati alcuni casi nella città di Shanghai (circa 26 milioni di persone che vivono in uno spazio di 6.500 kmq) e le autorità hanno deciso di imporre la tecnica di chiudere tutto. I politici locali avranno pensato che nel giro di qualche settimana, con qualche severa stretta avrebbero potuto sconfiggere il focolaio. Ma non hanno fatto i conti con omicron. Dopo circa tre settimane di lockdown i numeri della focolaio continuano a salire, anche se non in maniera drammatica, ma le restrizioni sembrano assolutamente non funzionare. Ora, sebbene arrivino pochissime informazioni da questa importante e strategica città portuale, il lockdown questa volta sembra essere davvero severo: si parla di persone chiuse in casa senza più cibo e bambini deportati in comunità di degenza dopo essere stati brutalmente separati dai loro genitori.
Altro che dittatura sanitaria, come lamentata dai nostri no-vax!
La situazione rischia davvero di sfuggire di mano alle autorità locali; si parla di primordiali forme di ribellione della popolazione a queste brutali forme di privazioni.
Ma chiediamoci anche cosa potrebbe accadere se la Cina abbandonasse improvvisamente la politica dello “Zero Covid” per passare improvvisamente a quella del tutto aperto stile Svezia? Eh insomma, in questo caso qualche rischio i cinesi lo devono mettere in conto. L’impressione, è che dal punto di vista strategico essi si siano infilati in una sorta di immenso “cul de sac”. La popolazione cinese come detto è parecchio ‘vergine’ dal punto di vista immunologico. Trasferendo le statistiche italiane, un po’ per gioco un po’ per fare sul serio, possiamo dire che la Cina rischia di passare nell’arco di meno di un mese dagli attuali 25 mila ad oltre 4 milioni di casi al giorno (se trasferiamo in estremo oriente il 2% di contagi settimanali come in Italia a gennaio 2022). Con un tasso di occupazione di 30-40 posti letto ogni 100 mila abitanti (come avvenuto in Italia a gennaio 2022) i cinesi dovrebbero prevedere dai 400 ai 500 mila posti letto occupati in contemporanea per Covid-19 su tutto il territorio nazionale (non immagino nemmeno quanti ospedali nuovi dovrebbero costruire) e fino ad anche 50.000 decessi settimanali di pazienti per (o con) Covid-19. Tutto questo scenario potrebbe durare mesi e mesi, ed è difficile credere che al momento il governo cinese sia pronto a volersi confrontare con questi numeri. Ad ottobre il glorioso partito comunista cinese rielegge Xi Jinping suo capo timoniere ed egli non vorrà vedere per tale data contagi in giro.
Siamo arrivati in una situazione in cui la Cina rischia di esplodere letteralmente: come fa sbaglia. Più libertà con più contagi più ricoveri in ospedale e più morti o ancora maggiori restrizioni con rischi di danni economici per la nazione (ed il mondo intero) e rivolte difficili da contenere anche per una dittatura come quella comunista cinese?
Che dire. Chi vivrà vedrà.


Articolo del dott. Concetto De Luca


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